ACQUA SPECIOSA

Maria Valtorta (Caserta, 14 marzo 1897 — Viareggio, 12 ottobre 1961)
Maria Valtorta (Caserta, 14 marzo 1897 — Viareggio, 12 ottobre 1961)

OPERA MAGGIORE

L’Evangelo come mi è stato rivelato

Maria Valtorta

SECONDO VOLUME

118° capitolo


Primo anno della Vita pubblica di Gesù

Dettato Telepatico nella Visione a colori di lunedì 26 febbraio 1945

1 Se si paragona questa casetta bassa e rustica alla casa di Betania, certo è un ovile, come dice Lazzaro. Sennonché, se la si paragona alle case dei contadini di Doras, allora è un’abitazione ancora bella.
Molto bassa e molto larga, costruita solidamente, ha una cucina, ovverosia un caminone in una stanza tutta affumicata in cui c’è un tavolo, dei sedili, delle anfore e una rastrelliera rustica dove sono dei piatti e delle coppe. Una larga porta di legno grezzo le dà luce oltre che accesso. Poi, sulla stessa parete dove si apre questa, sono altre tre porte che dànno accesso  a tre cameroni lunghi e stretti, dalle pareti scialbate a calce e il suolo di terreno battuto come la cucina. In due di questi cameroni ci sono ora dei lettucci. Paiono dei piccoli dormitorî. I molti arpioni infissi alle pareti testimoniano che lì venivano appesi attrezzi e forse anche prodotti agricoli. Ora servono da attaccapanni, sorreggendo mantelli e bisacce. Il terzo camerone, (più largo corridoio che camerone, perché è sproporzionata la larghezza alla lunghezza) è vuoto. Doveva servire anche a ricovero di animali, perché ha una greppia e anelli al muro e presenta quelle buche nel suolo proprie di terreni percossi da zoccoli ferrati. Ora non c’è nulla.
   Fuori, presso questo ultimo locale, un largo portico rustico, fatto di un tetto coperto di fascine e lavagne appoggiato su tronchi d’albero appena scorticati. Non è neppure portico, è tettoia perché è aperto da tre lati: due lunghi almeno dieci metri, l’altro stretto di un cinque metri, non di più. In estate una vite deve stendere i suoi rami da trono a tronco nel lato di meridione. Ora è spoglia e mostra i suoi rami scheletrici, come spoglio è un fico gigantesco che d’estate ombreggia la vasca al centro dell’aia, certo messa per abbeverare le bestie. È a fianco di un pozzo rudimentale, ossia un buco a livello di suolo, appena un giro di pietre piatte e bianche lo segnala.
   Questa è la casa che ospita Gesù e i suoi nel luogo detto ‘Acqua Speciosa’. Prati e vigne la circondano; e, a distanza di circa un  trecento metri (non si prenda per articolo di fede le mie  misurazioni) si vede un’altra casa, in mezzo ai campi, più bella perché munita di terrazzo sul tetto, che questa invece non ha. Oltre quest’altra casa, boschi di ulivi e di altre piante, parte spoglie parte fronzute, celano la vista.

La Scuola di Gesù Cristo per la Rigenerazione Intima nella 'Casa dell'Acqua Speciosa' di Lazzaro
LA SCUOLA DI GESÙ CRISTO PER LA RIGENERAZIONE INTIMA DI CHI LA VUOLE

2 Pietro col fratello Andrea e con Giovanni (il Prediletto e fratello di Giacomo di Zebedeo, detto il Maggiore ‘figlio del tuono’) lavorano di gusto a scopare l’aia e i cameroni, a riaggiustare i letti, ad attingere l’acqua. Anzi, Pietro fa tutto un armeggio intorno al pozzo per aggiustare e rinforzare le funi e rendere più pratico e comodo il prendere acqua. Invece, i due cugini di Gesù (Giuda Taddeo e Giacomo d’Alfeo o il Minore) lavorano di martello e di lima a serrature e imposte, e Giacomo di Zebedeo (detto il Maggiore‘figlio del tuono’, fratello di Giovanni il Prediletto) li aiuta segando e lavorando d’ascia come un arsenalotto.
Nella cucina traffica Tommaso e pare un cuoco provetto, tanto sa dosare fuoco e fiamma e pulire svelto le verdure che il bel Giuda di Kèriot (detto l’Iscèriota) s’è degnato di portare dal paese vicino. Capisco che c’è un paese, più o meno grosso, perché l’Iscèriota spiega che il pane lo fanno soltanto due volte per settimana e che, perciò, per quel giorno non c’è pane.
Pietro sente e dice: “Faremo delle focacce sulla fiamma. Là c’è la farina. Svelto, levati la veste e impasta, poi a cuocerle ci penso io. Sono capace.”
E non posso che ridere vedendo che l’Iscèriota si umilia, in sottoveste, a intridere la farina, impolverandosi ben bene.
Gesù non c’è e con Lui mancano Simone, Bartolomeo, Matteo e Filippo.
“Il più brutto è oggi” risponde Pietro a un borbottio di Giuda di Kèriot. “Ma domani andrà già meglio. E a primavera andrà bene del tutto …”
“A primavera? Ma staremo qui sempre?”, chiede spaventato Giuda di Kèriot.
“Perché? Non è una casa? Piovere, non ci piove. Acqua da bere c’è. Il focolare non manca. E che vuoi di più? Io ci sto benissimo. Anche perché non sento puzza di farisei e compagni …”
Pietro, andiamo a ritirare le reti”, dice Andrea, e trascina via suo fratello prima che incominci una diatriba fra lui e l’Iscèriota.
“Quell’uomo non mi può vedere” esclama Giuda di Kèriot.
“No. Non lo puoi dire. È così schietto con tutti. Ma è buono. Sei tu che sei sempre malcontento.”, gli risponde Tommaso, che invece ha sempre un ottimo umore.
“È che io mi credevo un’altra cosa …”
“Mio cugino non ti vieta di andare alle altre cose”, gli dice pacato Giacomo d’Alfeo. “Credo che tutti, perché stolti, credevamo altra cosa il seguirlo. Ma è perché siamo di dura cervice e di grande superbia. Lui non ha mai nascosto il pericolo e la fatica di seguirlo.
Giuda di Kèriot borbotta fra i denti.
Gli risponde l’altro Giuda, il Taddeo, che lavora intorno a una mensola della cucina per tramutarla in un armadietto: “Hai torto. Anche secondo le consuetudini  hai torto. Ogni israelita deve lavorare. E noi lavoriamo. Ti pesa tanto il lavoro? Io non lo sento, perché da quando sono con Lui ogni fatica perde il suo peso.”
“Anch’io non rimpiango niente. E sono contento di essere proprio come in famiglia ora”, gli dice Giacomo di Zebedeo.
“Faremo molto, qui! …”, gli ribatte ironico Giuda di Kèriot.
“Ma insomma che cosa vuoi? Che cosa pretendi? Una corte da satrapo? Non ti permetto di criticare ciò che fa mio cugino. Hai capito?”, esplode l’altro Giuda, il Taddeo.
“Taci, fratello. Gesù non vuole queste dispute. Parliamo il meno possibile e facciamo il più possibile. Sarà meglio per tutti. D’altronde …  se Lui non riesce a mutare i cuori … puoi sperarlo tu con le tue parole?”, dice a tutti Giacomo d’Alfeo o il Minore.
“Il cuore che non muta è il mio, vero?”, gli chiede l’Iscèriota aggressivamente.
Epperò Giacomo il Minore non gli risponde. Anzi, si mette un chiodo fra le labbra e inchioda intanto vigorosamente delle assi, facendo un fragore tale che il borbottio di Giuda di Kèriot si perde.

 3 Passa qualche tempo, poi entrano contemporaneamente Isacco, con delle uova e una cesta di pagnotte fragranti, e Andrea con dei pesci in una nassa.
“Ecco” dice Isacco. “Le manda il fattore e dice se occorre niente. Ha ordine così.”
“Lo vedi che di fame non si muore?”, dice Tommaso all’Iscèriota. E poi dice: “Dammi il pesce, Andrea. Che bello! Ma come si fa a prepararlo?… Qui non so fare.”
“Ci penso io” dice Andrea. “Sono pescatore” e si mette in un angolo a sventrare i suoi pesci ancora vivi.
“Sta venendo il Maestro. Ha fatto un giro in paese e per le campagne. Vedrete che presto ci sarà chi viene. Ha già guarito un malato d’occhi. E poi io avevo già percorso queste campagne e sapevano …”
“Eh! già! Io, io, io! … Tutto i pastori … Noi abbiamo lasciato, io almeno, una vita sicura e abbiamo fatto questo e quello, sennonché non si è fatto nulla …”, sbotta infine l’Iscèriota.
Isacco guarda l’Iscèriota stupito … epperò filosoficamente non ribatte. Gli altri lo imitano … ma  bollono dentro.

4 “Pace a voi tutti.” È Gesù sulla soglia, sorridente, buono. Pare che il sole aumenti splendore per la sua venuta. “Che bravi! Tutti al lavoro! Posso aiutarti, cugino?”
“No. Riposa. Ho finito.”
“Siamo carichi di cibarie. Tutti hanno voluto dare. Se tutti avessero i cuori degli umili!”, dice Gesù un poco mesto.
“Oh! il mio Maestro! Che Dio ti benedica!” È Pietro che entra con un fascio di legna sulle spalle e che saluta così, sotto il suo peso, il suo Gesù.”
“Anche tu, Pietro, ti benedica il Signore. Avete molto lavorato!”
“E più lavoreremo nelle ore di libertà. Abbiamo una villa in campagna, noi! … E ne dobbiamo fare un Eden. Intanto ho aggiustato il pozzo, tanto per vedere di notte dove è; e per essere sicuri di non perdere le brocche nel calarle. Eppoi … lo vedi che bravi i tuoi cugini? Tutte cose necessarie per chi deve vivere in un luogo a lungo, e io, pescatore, non avrei saputo. Proprio bravi. Anche Tommaso. Potrebbe mettersi nella cucina di Erode. Anche Giuda di Kèriot è bravo. Ha fatto splendide focacce …”
“E inutili. C’è il pane”, gli risponde con malumore Giuda di Kèriot.
Pietro lo guarda e mi aspetto qualche risposta pepata, sennonché Pietro scuote il capo, aggiusta la cenere e vi stende su le sue focacce.
“Fra poco tutto è pronto”, dice Tommaso. E ride.

 5 “Parlerai, oggi?”, domanda Giacomo di Zebedeo.
“Sì. Fra sesta e nona. I vostri compagni l’hanno detto. Mangiamo perciò solleciti.”
Ancora qualche tempo e poi Giovanni pone il pane sul desco, prepara i sedili, porta le coppe e le anfore, e Tommaso porta le verdure cotte e il pesce arrostito.
Gesù è al centro, offre e benedice, distribuisce e tutti mangiano di gusto.
Stanno ancora mangiando quando nell’aia si affacciano delle persone.
Pietro si alza e va alla porta: “Che volete?”
“Il Rabbi. Non parla qui?”
“Parla. Ma ora mangia perché è uomo pure Lui. Sedetevi là sotto e attendete.”
Il gruppetto va sotto la rustica tettoia.
“Però viene il freddo e pioverà sovente. Io dico che sarebbe bene usare quella stalla vuota. L’ho pulita a dovere. La greppia sarà lo scanno ….”, dice Pietro tornando verso la tavola.”
“Non fare ironie stolte. Il Rabbi è rabbi”, dice Giuda di Kèriot.
“Ma che ironie! Se è nato in una stalla, potrà parlare da una greppia!”, gli ribatte pronto Pietro.
“Pietro ha ragione. Ma, ve ne prego, vogliatevi bene!” Gesù pare persino stanco nel dire queste parole.
Terminano di mangiare e Gesù esce sùbito per andare presso la piccola folla.
“Aspetta, Maestro”, gli grida dietro Pietro. “Tuo cugino ti ha fatto uno splendido sedile perché è umido il suolo là sotto.”
“Non occorre. Tu sai. Parlo in piedi. La gente vuole vedermi e Io la voglio vedere. Piuttosto … fate sedili e lettucci. Forse verranno dei malati … e serviranno.”
“Sempre per gli altri Tu pensi, Maestro buono!”, gli dice Giovanni e gli bacia la mano.
Gesù va col suo sorriso lievemente mesto verso la piccola folla. Con Lui vanno tutti i discepoli.
Pietro, che è proprio a fianco di Gesù, lo fa chinare e gli mormora piano: “Dietro al muro è quella donna velata. L’ho vista. È lì da stamane. Ci è venuta dietro da Betania. La caccio o la lascio?”
“Lasciala. L’ho detto.”
“Ma se è spia come dice l’Iscèriota?”
“Non lo è. Fidati di quanto Io ti dico. Lasciala e non dire nulla agli altri. E rispetta il suo segreto.
“Ho taciuto perché pensavo fosse bene …”, conclude Pietro.

 6 “Pace a voi che cercate la Parola.”, incomincia Gesù. E va in fondo al loggiato avendo alle spalle il muro della casa. Parla lentamente alla ventina di persone sedute per terra o addossate alle colonne, nel tepore di un solicello novembrino.
“L’uomo cade in un errore nel considerare la vita e la morte e nell’applicare questi due nomi. Chiama vita il tempo in cui, partorito dalla madre, incomincia il respiro, il nutrimento, il moto, il pensiero, l’azione; e chiama morte il momento in cui cessa di respirare, mangiare, muoversi, pensare, operare, e diviene una spoglia fredda e insensibile, pronta a rientrare in un seno, quello di un sepolcro. Epperò non è così. Io voglio farvi comprendere la ‘Vita’,  indicarvi le opere atte alla Vita.
‘Vita’ non è esistenza. Esistenza non è ‘Vita’. Esiste anche questa vigna che si lega a queste colonne. Epperò questa vigna non ha la Vita di cui Io parlo. Esiste anche quella pecora, che bela legata a quell’albero lontano. Epperò quella pecora non ha la ‘Vita’ di cui Io parlo. La ‘Vita’ di cui Io parlo non incomincia con l’esistenza e non ha termine col finire della carne. La ‘Vita’ di cui Io parlo ha il suo incominciamento non in un seno materno. Ha il suo incominciamento allorquando dal Pensiero di Dio viene creata un’Anima per abitare una carne, ha termine quando il Peccato la uccide!
Prima l’uomo è soltanto un seme che cresce, seme di carne, invece che di glutine o di midollo come quello delle biade o quello delle frutta. Prima l’uomo è soltanto un animale che si forma, un embrione di animale non dissimile da quello che ora gonfia nel seno di quella pecora. Epperò, dal momento che in questo Concepimento d’Uomo s’infonde questa Parte Incorporea, e che pure è la più potente nella sua incorporeità che sublima, ecco che allora l’embrione animale non soltanto esiste come cuore pulsante, ma ‘Vive’ secondo il Pensiero Creatore, e diviene l’Uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, il figlio di Dio, il cittadino futuro dei Cieli.
Sennonché questo avviene se la ‘Vita’ dura. L’uomo può esistere avendo immagine d’Uomo, ma già non essendo più Uomo!    Essendo cioè un sepolcro in cui putrefà la ‘Vita’. Ecco perciò che Io vi dico: La ‘Vita’ non incomincia con l’esistenza e non ha termine col finire della carne. La ‘Vita’ ha il suo incominciamento prima della nascita. La ‘Vita’, poi, non ha più termine perché l’Anima non muore, ovverosia non si annulla. Muore al suo destino, che è  quello celeste, sennonché sopravvive al suo castigo se così ha meritato. A questo Destino Beato muore col morire della Grazia Corroborante. Questa ‘Vita’, colpita da una cancrena che è la Morte al suo Destino, dura nei secoli nella dannazione e nel tormento. Questa ‘Vita’, conservata invece tale,  raggiunge la perfezione del ‘Vivere’ facendosi Eterna, Perfetta, Beata come il suo Creatore.

7 Abbiamo dei doveri verso la ‘Vita’? Sì. La ‘Vita’ è un Dono di Dio. Ogni Dono di Dio va usato e conservato con cura, perché è Cosa Santa quanto il Donatore. Malmenereste voi il dono di un re? No. Passa agli eredi, e agli eredi degli eredi, come gloria della famiglia. E allora perché malmenare il Dono di Dio? Epperò: Come lo si usa e come lo si conserva questo Dono Divino? In che modo tenere in ‘Vita’ il paradisiaco fiore dell’Anima per conservarlo ai Cieli? Come ottenere di ‘Vivere’ al di sopra e oltre l’esistenza?
Israele ha chiare Leggi in proposito e non ha che osservarLe. Israele ha profeti e giusti che dànno esempio e parola per praticare le Leggi. Israele ha anche i suoi santi. Non può, non dovrebbe errare perciò Israele. Invece, Io vedo macchie nei cuori e spiriti morti pullulare da ogni dove! Onde vi dico: fate penitenza; aprite l’Animo alla Parola; mettete in pratica la Legge immutabile; rinsanguate l’esausta ‘Vita’, che langue in voi; se già l’avete morta, venite alla ‘Vita’ vera, a Dio. Piangete sulle vostre colpe. Gridate: ‘Pietà!’. Epperò: Risorgete! Non siate dei morti viventi per non essere domani degli eterni penanti. Io non vi parlerò d’altro che del modo di giungere o di conservare la ‘Vita’. Un altro vi disse: ‘Fate penitenza. Mondatevi dal fuoco impuro delle lussurie, dal fango delle colpe’. Io vi dico: poveri amici, studiamo insieme la Legge. Riudiamo in essa la voce paterna del Dio vero. Eppoi insieme preghiamo l’Eterno, dicendo: «La tua Misericordia discenda sui nostri cuori.»
Ora è cupo inverno. Epperò fra poco verrà primavera. Uno spirito morto è più triste di un bosco spogliato dal gelo. Sennonché, se umiltà, volontà, penitenza e fede penetreranno in voi, come bosco a primavera la ‘Vita’ tornerà in voi, e voi fiorirete a Dio per apportare poi domani, nel domani dei secoli e dei secoli, Perenne Frutto di ‘Vita’ Vera.
Venite alla ‘Vita’! Cessate di esistere solamente e incominciate a ‘Vivere’. La Morte allora non sarà la fine, epperò il Principio, sarà. Il Principio di un giorno senza tramonto, di una Gioia senza stanchezza e misura. La ‘Morte’ sarà il Trionfo di ciò che visse prima della carne, e Trionfo della ‘Carne’ che sarà chiamata, alla Risurrezione Eterna, a compartecipare a questa ‘Vita’, che Io prometto nel Nome di Dio Vero a tutti quelli che avranno ‘Voluto’ la ‘Vita’ per la loro Anima, calpestando il senso e le passioni per godere della Libertà dei Figli di Dio.
Andate. Ogni giorno a quest’ora (fra sesta e nona) Io vi parlerò dell’Eterna Verità. Il Signore sia con voi.”

La gente sfolla piano con molti commenti. Gesù torna nella casetta solitaria. Il Dettato telepatico nella Visione a colori e la stessa hanno fine così.

Tempo ne è passato. La Scuola per la Rigenerazione Intima di chi la vuole c’è e si riconosce appieno soltanto in tale Insegnamento d’Opera Divina.
“Perciò, la sua Guida Specchiata esperisce la propria opera umana nel+l’Opera Divina, possibile soltanto grazie al Dono Divino d’Aiuto Superiore Telepatico — ricevibile quaggiù in tempo reale mediato lassù da Jonah con la Grazia Corroborante — in conformità alle Leggi Divine Eterne e a quanto meglio sia comunque umanamente possibile.” Infine, l’insegnamento nell’Insegnamento d’Opera Divina è ben incentrato su:

 «COME TROVARE LA COSCIENZA E LA CONSAPEVOLEZZA INTIME PER ‘VOLERE’ LA ‘VIA’, LA ‘VERITÀ’ E LA ‘VITA’!» 

‘VOLERE’ LA TRIANGOLARITÀ COMUNICATIVA DAL BASSO VERSO L’ALTO CON:
1LA PRIMA FORZA ATTIVA, NELLA ‘VIA’ CON LA REALTÀ D’ESSERE;
2LA SECONDA FORZA PASSIVA, NELLA ‘VERITÀ’ CON L’AFFINITÀ DIVINA;
3LA TERZA FORZA CATALIZZATRICE E BENEFICIANTE, NELLA ‘VITA’  COL ‘VOLERE’ ESSERE ‘UOMO DIVINO’ O ‘DONNA DIVINA’.