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CHE COS'È LO YOGA

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UN NUOVO MODELLO DELL’UNIVERSO

PRINCIPÎ DEL METODO PSICOLOGICO E SUA APPLICAZIONE AI PROBLEMI DELLA SCIENZA

Piòtr Zimijànovich Uspiénski (Пётр Демьянович Успенски)
Seconda edizione: Londra, 1938
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6° CAPITOLO
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CHE COS’È LO YOGA?
IL MISTERO DELL’ORIENTE
INDICE
Insegnamenti segreti dell’India • Che cosa significa la parola ‘Yoga’? • La differenza tra Yoghi e fachiri • L’uomo secondo l’insegnamento dello Yoga • Parti teoriche e pratiche dello Yoga • Scuole di Yoghi • Chela e Guru • Che cosa viene dato dallo Yoga • Cinque sistemi di Yoga • Motivi per tale divisione • Impossibilità di definire il contenuto dello Yoga • Creazione di un ‘IO’ permanente • Necessità per il ritiro temporaneo dalla vita • L’uomo come materiale • Il raggiungimento della coscienza superiore.
1. Hatha–Yoga • Un corpo sano come primo obiettivo • Equilibrio dell’attività di varî organi • Ottenimento del controllo su varie coscienze del corpo • Necessità di un insegnante • ‘Asana’ • Sequenza di Asana • Il superamento del dolore • Differenza tra fachiri e Hatha–Yoghi.
2. Raja–Yoga • Superamento delle illusioni • ‘Posizionamento’ della coscienza • Quattro stati di coscienza • Capacità di non pensare • Concentrazione • Meditazione • Contemplazione • Liberazione.
3. Karmàn–Yoga • Cambiare destino • Successo e insuccesso • Non attaccamento.
4. Bhakti–Yoga • Yoghi Ramakrishna • Unità delle religioni • Allenamento emotivo • Pratica religiosa in Occidente • Pericolo di pseudo–chiaroveggenza • I metodi di Добротолюбие ‘Dobrotolyubiye’ (φιλοκαλία) • ‘Le narrazioni di un pellegrino’ • I monasteri del Monte Athos • Differenza tra monachesimo e Bhakti–Yoga.
5. Jnana–Yoga • Il significato della parola ‘Jnana’ • Avidya e Brahma–vidya • Giusto pensiero • Studio dei simboli • Idea del Dharma.
Fonte comune o Sistema di tutti i sistemi di Yoga.

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• Per l’Occidente l’Oriente è sempre stata la terra del mistero e degli enigmi.
• Sull’India, in particolare, esistono molte leggende e favole fantastiche, tuttora esistenti (anno 1934), principalmente sulla conoscenza misteriosa dei: saggî, filosofi, fachiri e santi indiani.
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• Infatti, molti fatti hanno dimostrato da tempo che, a parte la conoscenza contenuta negli antichi libri dell’India, nelle sue sacre scritture, leggende, canzoni, poesie e miti, esistono alcune altre conoscenze che non possono essere tratte dai libri e che non vengono rivelate apertamente, epperò di cui si vedono chiaramente le tracce.
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• È impossibile negare che la filosofia e le religioni dell’India contengano fonti di pensiero inesauribili.
• E la filosofia europea ha fatto e sta facendo ampio uso (1934) di tali fonti, epperò stranamente codesta non può mai prendere da tali fonti ciò che è di più importante e di più essenziale in cotali.
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• Tale fatto è stato avveduto da molti europei, che hanno studiato gli insegnamenti religiosi e filosofici dell’Oriente.
• Costoro hanno sentito di ricevere dai libri non tutto ciò che sanno gli indiani; e tale sentimento ha rafforzato l’idea che, oltre alla conoscenza contenuta nei libri, ne esista un’altra: una conoscenza segreta, nascosta al ‘non—iniziato’; oppure che, oltre al libri conosciuti, ce ne siano altri — tenuti nascosti — contenenti l’ ‘insegnamento segreto’.
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• Una gran quantità di energia e di tempo è stata spesa per la ricerca di tale dottrina segreta dell’ Oriente.
• E c’è un buon motivo per credere che, in effetti, non ne esista soltanto una, epperò che ne esistano molte di dottrine sconosciute all’Occidente, che crescono da una radice generale.
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• Epperò, oltre alle dottrine, conosciute e sconosciute, esistono anche diversi sistemi di autodisciplina che sono noti sotto il nome di Yoga.
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• La parola Yoga può essere tradotta con la parola unità o unione o sottomissione; nel primo significato corrisponde alla parola ‘imbrigliare’, dalla parola sanscrita yug, a cui corrisponde la parola inglese yoke (in italiano: giogo) e la russa иго (eego – pronuncia: ivà).
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• Uno dei significati della parola ‘Yoga’ è ‘azione retta’ o ‘rettitudine’.
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• Seguire lo Yoga significa sottomettere al controllo di uno o di un altro sistema di Yoga: pensiero, sentimenti, movimenti interni ed esterni, eccetera, ovverosia le funzioni, molte di cui funzionano normalmente senza controllo.
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• ‘Yoghi’ è il nome dato a coloro che vivono e agiscono secondo lo ‘Yoga’.
• Costoro sono uomini che passano o sono passati attraverso una certa scuola e vivono secondo regole conosciute soltanto da loro e incomprensibili per i non iniziati e secondo la conoscenza che aumenta infinitamente i loro poteri rispetto ai poteri degli uomini ordinarî.
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• Ci sono molti racconti e credenze sugli ‘Yoghi’; a volte si dice che siano mistici, che conducono una vita di contemplazione, indifferenti al cibo e ai vestiti; altre volte, per essere uomini dotati di poteri miracolosi, atti a vedere e sentire a distanza, uomini a cui le bestie feroci e le forze della natura obbediscono.
• Tali poteri e capacità sono acquisiti con metodi ed esercizî che costituiscono il segreto dello Yoga e che gli Yoghi in grado di comprendere le persone e agire correttamente e convenientemente in tutte le circostanze e in tutte le occasioni della vita.
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• Gli Yoghi non hanno nulla in comune coi ‘fachiri’, ovverosia con gli uomini che si sforzano di soggiogare il corpo fisico alla volontà attraverso la sofferenza, e che sono sovente fanatici ignoranti, che si torturano per raggiungere la beatitudine celeste; oppure prestigiatori, che per soldi eseguono ‘miracoli’, che sono basati su: abilità, pazienza e l’abitudine del corpo ad assumere positure incredibili, oppure a esercitare le sue funzioni in modo anormale.
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• Tali prestigiatori e fachiri sovente si definiscono Yoghi; epperò un vero Yoghi può sempre essere riconosciuto, perché costui non può mai avere il fanatismo e il settarismo frenetico dei fachiri; costui non mostrerà nulla dietro pagamento e, soprattutto, possiederà conoscenze che superano la conoscenza degli uomini ordinarî.
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• ‘La Scienza degli Yoghi’, ovverosia i metodi usati dagli Yoghi per lo sviluppo di poteri e capacità straordinarî, proviene da antichità remote.
• Migliaia di anni fa i saggî dell’antica India sapevano che i poteri dell’uomo in tutte le sfere e le province della sua attività possono essere notevolmente aumentati mediante un addestramento retto e abituando l’uomo a controllare i suoi: corpo, mente, attenzione, volontà, emozioni e desiderî.
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• In connessione con ciò, lo studio dell’uomo nell’antica India era alquanto inconcepibile per noi.
• Ciò può essere spiegato soltanto dal fatto che le scuole filosofiche esistenti in quell’epoca erano direttamente connesse con le Scuole Esoteriche.
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• L’uomo non era considerato un’entità completa, epperò conteneva in sé una moltitudine di poteri latenti.
• L’idea era che nella vita ordinaria e nell’uomo ordinario tali poteri sono dormienti; epperò codesti possono essere risvegliati e sviluppati per mezzo di un certo modo di vita, di certi esercizî, di un certo Lavoro su di sé.
• Tale è ciò che è detto Yoga.
• Una conoscenza delle idee dello Yoga consente all’uomo di conoscersi meglio, di comprendere le sue capacità e inclinazioni latenti, di scoprire e determinare la direzione in cui dovrebbero essere sviluppati; e in secondo luogo, per risvegliare le sue capacità latenti e imparare come usarle in tutti i percorsi della vita.
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• ‘La scienza degli Yoghi’, oppure, per dirla in modo più corretto, ‘il Ciclo delle Scienze degli Yoghi’, consiste in descrizioni di questi metodi, adattati agli uomini di tipi differenti e attività differenti nella vita, e anche nell’esposizione delle teorie connesse a codesti metodi.
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• Ciascheduna delle ‘Scienze’ che compongono lo Yoga si suddivide in due parti:
• la parte teorica e
• la parte pratica.
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• La parte teorica mira a definire i principî fondamentali e la struttura generale del soggetto dato, come un insieme completo e connesso, senza scendere in dettaglî superflui.
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• La parte pratica insegna i metodi, i modi e le maniere del miglior allenamento per l’attività desiderata, i metodi e i mezzi di sviluppo di poteri e capacità latenti.
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• È necessario menzionare qui che addirittura la parte teorica non può mai essere realmente appresa dai libri.
• I libri possono al massimo servire come sinossi soltanto a scopo di ripetizione e di memoria, mentre lo studio delle idee dello Yoga richiede lezioni e spiegazioni orali dirette.
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• Per quanto riguarda la parte pratica, pochissimo di ciò può essere esposta per iscritto.
• Perciò, anche se ci sono libri che contengono tentativi di un’esposizione dei metodi pratici dello Yoga, codesti non possono in alcun modo servire da manuale per il Lavoro pratico e indipendente.
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• In generale, parlando dello Yoga è necessario sottolineare che la relazione tra le sue parti pratiche e le sue parti teoriche è analoga alla relazione tra aspetti pratici e teorici nell’arte.
• Esiste una teoria della pittura, epperò lo studio della teoria della pittura non consente di dipingere quadri.
• Esiste una teoria della musica, epperò lo studio della teoria della musica non permetterà di suonare alcuno strumento musicale.
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• Nella pratica dell’arte, come nella pratica dello Yoga, c’è qualcosa che non esiste e non può esistere nella teoria.
• La pratica non è costruita secondo la teoria.
• La teoria è derivata dalla pratica.
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• Le Scienze dello Yoga in India furono per lungo tempo tenute segrete; e questi metodi, che aumentavano il potere dell’uomo in un modo quasi miracoloso, erano il privilegio delle Scuole Speciali o il segreto di asceti e di eremiti che avevano completamente rinunciato al mondo.
• Nei templi indiani (o in connessione con codesti) c’erano scuole in cui gli alunni, Chelas, che avevano attraversato un lungo percorso di prove e istruzione preparatoria, venivano iniziati alla Scienza degli Yoghi da insegnanti speciali: i Guru.
• Gli europei non erano in grado di ottenere alcuna informazione sullo Yoga, e ciò che di solito era riferito dai viaggiatori riguardo a tale domanda apportava un carattere puramente fantastico.
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• Le prime informazioni corrette sullo Yoga incominciarono ad apparire soltanto nella seconda metà del 19° secolo, sebbene molti metodi degli Yoghi fossero già conosciuti nelle società mistiche molto prima.
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• Epperò, sebbene gli europei avessero preso molto in prestito dagli Yoghi, tuttavia non erano atti a comprendere e ad avvedersi di tutto il significato delle ‘Scienze degli Yoghi’ prese nel loro insieme.
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• In realtà lo Yoga è la chiave di tutta l’antica saggezza orientale!
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• Gli antichi libri dell’India non possono essere comprensibili agli scienziati occidentali.
• Ciò perché tali libri tutti furono scritti dagli Yoghi, ovverosia dagli uomini in possesso non soltanto di un intelletto sviluppato, epperò di poteri e di capacità che superano infinitamente i poteri e le capacità di un uomo ordinario.
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• I poteri che lo Yoga dà non si limitano al rafforzamento della capacità di comprensione.
• Lo Yoga aumenta la capacità creativa dell’uomo in tutte le sfere e dominî della vita, gli dà la possibilità di penetrare direttamente nei misteri della natura, gli rivela i segreti dell’eternità e gli enigmi dell’esistenza.
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• Nel frattempo, lo Yoga aumenta i poteri dell’uomo; primo, per la lotta contro la vita, ovverosia contro tutte le condizioni fisiche in cui l’uomo nasce e che sono tutte ostili a costui; secondo, per la lotta contro la Natura, che desidera sempre usare l’uomo per i proprî fini; e terzo, per la lotta contro le illusioni della propria coscienza, che essendo dipendente dal suo apparato psichico limitato, crea un numero enorme di miraggî e
delusioni.
• Lo Yoga aiuta l’uomo a lottare contro l’inganno delle parole, gli mostra chiaramente che un pensiero espresso in parole non può essere vero, che non ci può essere Verità nelle parole, che al massimo possono soltanto suggerirgli la Verità, rivelargliela per un attimo e poi nascondergliela.
• Lo Yoga insegna la Via per trovare la Verità nascosta celata nelle cose, nelle azioni degli uomini, negli scritti di grandi saggî di tutti i tempi e di tutti i popoli.
• Lo Yoga è diviso in cinque divisioni:
• 1. Raja–Yoga o Yoga dello sviluppo della coscienza;
• 2. Jnana–Yoga (Gnyana o Gnana–Yoga), lo Yoga della conoscenza;
• 3. Karmàn–Yoga o Yoga delle azioni rette [o della rettitudine];
• 4. Hatha–Yoga, lo Yoga del potere sul corpo;
• 5. Bhakti–Yoga, lo Yoga dell’azione religiosa retta.
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• I cinque Yoga sono cinque percorsi che conducono alla stessa meta:
• alla Perfezione, al passaggio a livelli più alti di conoscenza e di vita.
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• La divisione dei cinque Yoga dipende dalla divisione dei tipi di uomo, dalle sue capacità, preparazione e così via.
• Un uomo può iniziare con la contemplazione, con lo studio del proprio io.
• Un altro ha bisogno dello studio obiettivo della natura.
• Un terzo deve innanzitutto comprendere le regole di condotta nella vita ordinaria.
• Per un quarto, prima di ogni altra cosa, è necessario acquisire il controllo sul corpo fisico.
• Per un quinto è necessario ‘imparare a pregare’, capire i suoi sentimenti religiosi e imparare a governarli.
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• Lo Yoga insegna il modo di fare rettamente tutto ciò che l’uomo fa.
• Soltanto studiando lo Yoga l’uomo può vedere come ha agito erroneamente in tutte le occasioni della sua vita; quante delle sue forze ha speso inutilmente in tutto e per tutto, ottenendo soltanto i risultati più poveri con un enorme dispendio di energia.
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• Lo Yoga insegna all’uomo i principî della retta economia di forze.
• Gli insegna a essere atto a fare qualunque cosa lui faccia, consciamente, quando è necessario.
• Ciò aumenta incommensurabilmente i poteri dell’uomo e migliora i risultati del suo Lavoro.
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• Lo studio dello Yoga mostra innanzitutto all’uomo quanto lui sia stato erroneo su sé stesso.
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• L’uomo addiviene convinto che lui stesso è molto più debole e molto più insignificante di quanto lui si sia considerato essere; e, nel frattempo, di poter diventare più forte e più potente dell’ uomo più forte e potente che lui possa immaginare.
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• Lui vede non soltanto ciò che è, epperò ciò che può diventare.
• La sua concezione della vita, del posto, del ruolo e dello scopo dell’uomo nella vita, subisce una mutazione completa.
• Lui perde la sensazione di separazione e la sensazione della natura insensata e caotica della vita.
• Lui incomincia a comprendere il suo scopo e vede che il suo perseguimento di tale scopo lo porta in contatto con altri individui che vanno nella stessa direzione.
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• Lo Yoga non cerca, come suo obiettivo primario, di guidare l’uomo.
• Lo Yoga aumenta soltanto i suoi poteri in una qualunque delle direzioni della sua attività.
• Epperò nel frattempo, usando i poteri dati dallo Yoga, l’uomo può seguire soltanto una direzione.
• Se lui dovesse mutare codesta direzione, lo Yoga stesso si rivolterebbe contro di lui, lo fermerà, lo priverà di tutti i poteri e potrebbe addirittura distruggerlo del tutto.
• Lo Yoga ha un potere enorme, epperò tale potere può essere usato soltanto in una certa direzione.
• Ciò è una Legge che diventa chiara a chiunque studî lo Yoga.
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• In ogni cosa che tocca lo Yoga insegna all’uomo a discriminare tra vero e falso; e tale capacità di una discriminazione retta aiuta l’uomo a trovare verità celate dove fino a quel momento aveva visto o supposto nulla di celato.
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• Quando un uomo, che studia Yoga, prende alcuni libri che pensava di conoscere abbastanza bene, con suo grande stupore trova improvvisamente in codesti una quantità infinita che è nuova.
• Qualche profondità nascosta sembra essergli rivelata in tali libri; e con sorpresa e stupore sente tale profondità e comprende che finora non ha visto altro che la superficie.
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• Tale effetto è prodotto da molti libri appartenenti alle sacre scritture dell’India.
• Non è necessario che tali libri siano tenuti nascosti.
• Possono essere accessibili a tutti e tuttavia nascosti a tutti tranne a coloro che sanno come leggerli.
• E tali libri nascosti esistono in tutti i paesi e tra tutti i popoli.
• Uno dei libri più occulti, il Nuovo Testamento, è il più conosciuto ovunque.
• Epperò, di tutti i libri, cotal è quello che la gente sa leggere meno ed è quello che costoro distorcono di più nella loro comprensione.
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• Lo Yoga insegna come cercare la Verità e come trovare la Verità in ogni cosa.
• Insegna che non c’è nulla che non possa servire come punto di partenza per il ritrovamento della Verità.
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• Lo Yoga non è accessibile tutto in una volta nella sua interezza.
• Lo Yoga ha molti gradi di varia difficoltà.
• Codesta è la prima cosa di cui si deve avvedere chiunque desideri studiare Yoga.
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• I limiti dello Yoga non possono essere visti tutti in una volta o da una distanza all’inizio della Via.
• Per l’uomo che studia Yoga si aprono nuovi orizzonti mentre continua sulla sua Via.
• Ogni nuovo passo gli mostra qualcosa di nuovo in anticipo, qualcosa che costui non ha visto e che non avrebbe potuto vedere prima.
• Epperò un uomo non può vedere molto più avanti.
• E all’inizio dello studio dello Yoga costui non può sapere tutto ciò che tale studio gli darà.
• Lo Yoga è un modo completamente nuovo; e addentrandovi, è impossibile sapere dove ciò lo condurrà.
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• Per dirla in un altro modo, lo Yoga non può essere definito così come si può definire che cosa sia la medicina, che cosa sia la chimica, che cosa sia la matematica.
• Per definire che cosa sia lo Yoga, sono necessarî lo studio e la conoscenza dello Yoga.
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• Lo Yoga è una porta chiusa.
• Chiunque può bussare, se desidera entrare.
• Epperò, finché costui non è entrato, lui non può sapere che cosa troverà dietro tale porta.
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• Un uomo, che entra nella via dello Yoga con l’obiettivo di raggiungere i suoi (dello Yoga) vertici, deve:
• dedicarsi interamente allo Yoga;
• dare allo Yoga: tutto il suo tempo e tutta la sua energia; tutti i suoi pensieri, sentimenti e motivazioni.
• Costui deve sforzarsi di armonizzarsi, di raggiungere un’unità interiore, di creare in sé stesso un ‘IO’ permanente, per proteggersi da: sforzi, umori e desiderî continui, che lo influenzano ora in una direzione, ora in un’altra.
• Deve obbligare tutti i suoi poteri a servire uno scopo.
• Lo Yoga richiede tutto ciò, epperò lo aiuta anche a raggiungerlo mostrandogli i mezzi e i metodi con cui ciò può essere raggiunto.
• Per ogni genere di attività ci sono condizioni speciali che sono favorevoli a ciò e che lo Yoga aiuta a definire.
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• Lo studio dello Yoga è impossibile nella condizione dispersiva di pensieri, desiderî e sentimenti in cui vive un uomo ordinario.
• Lo Yoga richiede l’uomo in toto, tutto il suo tempo, tutta la sua energia, tutti i suoi pensieri, tutti i suoi sentimenti, tutta la sua vita.
• Soltanto il Karmàn–Yoga permette all’uomo di rimanere nelle condizioni della sua vita ordinaria.
• Tutti gli altri Yoga richiedono un ritiro immediato e completo dalla vita, anche se soltanto per un certo periodo.
• Lo studio degli Yoga, con l’eccezione del Karmàn–Yoga, è impossibile nelle circostanze di vita.
• Altrettanto impossibile è lo studio dello Yoga senza un insegnante, senza la sua vigilanza costante e incessante sull’alunno.
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• Un uomo, che spera di conoscere lo Yoga leggendo alcuni libri, sarà delusissimo.
• In un libro, in un’esposizione scritta, è impossibile trasmettere una qualunque conoscenza pratica a un uomo perché:
• tutto dipende dal lavoro dell’insegnante su costui e
• dal proprio Lavoro su sé stesso di costui.
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• Lo scopo comune di tutte le forme di Yoga è la mutazione dell’uomo, l’ampliamento della sua coscienza.
• Alla base di tutti gli Yoga vi sta un principio, che afferma che l’uomo – così come costui è nato e come costui vive – è un essere incompleto e imperfetto; epperò costui può essere mutato e portato allo sviluppo possibile e pertinente suoi proprî per mezzo di un’istruzione e un addestramento attagliati.
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• Dal punto di vista dei principî dello Yoga, l’uomo è semplicemente materiale su cui è possibile e necessario lavorare.
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• Ciò si riferisce innanzitutto al mondo interiore dell’uomo, alla sua coscienza, al suo apparato psichico, alle sue capacità mentali, alla sua conoscenza, che – secondo gli insegnamenti degli Yoghi – può essere mutata completamente, liberata da tutti i limiti
usuali e rafforzata a un livello che supera ogni immaginazione.
• Come risultato, l’uomo acquisisce possibilità nuove di conoscere la Verità e poteri nuovi per sormontare gli ostacoli sulla sua via: non importa proprio da dove tali ostacoli sorgano.
• Inoltre, ciò si riferisce al corpo fisico dell’uomo, che viene studiato e subordinato gradualmente al controllo della mente e della coscienza, anche in quelle sue funzioni di cui l’uomo non è abitualmente conscio del tutto in sé stesso.
• L’apertura della Coscienza Superiore è l’obiettivo di tutti gli Yoga.
• Seguendo la via dello Yoga, un uomo deve raggiungere lo stato di Samadhi, ovverosia di estasi o illuminazione, in cui soltanto la Verità può essere compresa.

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I CINQUE YOGA

1. HATHA–YOGA
• Lo Hatha–Yoga è lo Yoga del potere sul corpo e sulla natura fisica dell’uomo.
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• Secondo l’insegnamento degli Yoghi, uno studio pratico dello Hatha–Yoga dà all’uomo una salute ideale, allunga la sua vita e gli dà molti poteri e capacità nuovi, che un uomo comune non possiede e che sembrano quasi miracolosi.
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• Gli Yoghi affermano che un corpo sano e funzionante normalmente è più facilmente soggetto al controllo della coscienza e della mente di un corpo che è malato, disordinato e squilibrato e da cui non si sa mai che cosa ci si possa aspettare.
• Inoltre, è più facile ignorare un corpo sano, mentre un corpo malato sottopone l’uomo a ciò stesso, gli fa pensare troppo su ciò stesso, gli richiede troppa attenzione a ciò stesso.
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• Perciò, il primo scopo dello Hatha–Yoga è un corpo sano.
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• Nel frattempo, lo Hatha–Yoga prepara il corpo fisico dell’uomo a sopportare tutte le difficoltà connesse col funzionamento in lui delle forze psichiche superiori: coscienza superiore, volontà, emozioni intense, eccetera.
• Tali forze non funzionano nell’uomo ordinario.
• Il loro risveglio e il loro sviluppo producono uno sforzo e una pressione terrifici sul corpo fisico.
• E se il corpo fisico non è allenato e preparato da esercizî speciali, se è nella sua condizione malata solita, proprio perciò il corpo fisico non è atto a sopportare tali sforzo e pressione e non può tenere il passo col lavoro insolitamente intenso degli organi di percezione e di coscienza, che è inevitabilmente connesso con lo sviluppo delle forze e delle possibilità più elevate dell’uomo.
• Al fine di consentire al cuore, al cervello e al sistema nervoso (e anche ad altri organi, il cui ruolo nella vita psichica dell’uomo è poco, se non del tutto noto alla scienza occidentale) di sopportare la pressione di nuove funzioni, tutto il corpo dev’essere ben bilanciato, armonizzato, purificato, messo in ordine e preparato per il lavoro nuovo e tremendamente duro che lo attende.
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• Ci sono molte regole, sviluppate dagli Yoghi, inerenti alla regolazione e il controllo delle attività dei differenti organi del corpo.
• Gli Yoghi presumono che il corpo non possa essere lasciato a sé stesso.
• Gli istinti non guidano la sua attività con sufficiente vigore; l’intervento dell’intelletto è imperativo.
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• Una delle idee fondamentali degli Yoghi riguardo al corpo è che, nel suo stato naturale, il corpo non può mai essere preso come l’apparato ideale: come invece sovente si crede sia tale.
• Molte funzioni sono necessarie soltanto per preservare l’esistenza del corpo in svariate condizioni sfavorevoli; e ci sono funzioni che sono il risultato di altre, erronee, funzioni.
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• Inoltre, gli Yoghi pensano che molte di tali condizioni sfavorevoli siano già scomparse, mentre le funzioni create da quelle continuano a esistere.
• E gli Yoghi affermano che, abolendo tali funzioni inutili, è possibile aumentare enormemente l’energia che può essere utilizzata per un lavoro utile.
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• Ancora una volta ci sono molte funzioni che sono in uno stato rudimentale, epperò che possono essere sviluppate a un grado inconcepibile.
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• Il corpo dato dalla natura è, dal punto di vista degli Yoghi, soltanto materiale.
• E un uomo sulla sua via verso i suoi scopi più alti può fare uso di tale materiale e, dopo averlo riformato e rimodellato in modo e maniera attagliati, può crearsi un’arma che gli consenta di conseguire i suoi scopi.
• Gli Yoghi affermano che le possibilità latenti nel corpo sono enormi.
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• E gli Yoghi posseggono numerosi metodi e mezzi per diminuire le funzioni inutili del corpo e per risvegliare e portare alla luce i nuovi poteri e le nuove capacità che vi stanno addormentati.
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• Gli Yoghi affermano che soltanto una parte insignificante dell’energia del corpo è utilizzata proficuamente, (ovverosia, nel preservare la vita del corpo e nel servire gli scopi superiori dell’uomo).
• La maggior parte dell’energia prodotta dal corpo è, a loro avviso, spesa in tutto e per tutto inutilmente.
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• Epperò costoro considerano possibile far funzionare tutti gli organi del corpo per un singolo scopo; ovverosia, prendere tutta l’energia creata dagli organi e farla servire agli scopi più alti, che al momento è sovente soltanto impedita.
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• Lo Hatha–Yoga si occupa della natura fisica dell’uomo nel senso più stretto della parola; ovverosia, con le funzioni vegetali e animali.
• E per quanto riguarda tale natura fisica, gli Yoghi hanno da molto tempo conosciuto certe Leggi, che soltanto in tempi recenti sono state percepite dalla scienza occidentale.
• Innanzitutto, la straordinaria indipendenza dei diversi organi del corpo e l’assenza di un centro comune che governi la vita dell’organismo; e secondariamente, la capacità di un organo di fare, in una certa misura e in certi casi, il lavoro di un altro.
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• Osservando l’indipendenza di varî organi e parti del corpo, gli Yoghi giunsero alla conclusione che la vita del corpo consiste di migliaia di vite separate.
• Ciascuna ‘vita’ presuppone un’ ‘anima’ o una ‘coscienza’.
• Gli Yoghi si avvedono di tali ‘vite’ indipendenti, che possiedono ‘anime’ separate non soltanto in tutti i varî organi, epperò anche in tutti i tessuti e in tutte le sostanze del corpo.
• Tutto ciò è il lato ‘occulto’ dello Hatha–Yoga.
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• Tali ‘vite’ e tali ‘coscienze’ sono gli ‘spiriti’ del corpo.
• Accordandosi colla teoria dello Hatha–Yoga, l’uomo è atto di subordinarli a sé stesso, per farli servire ai suoi scopi.
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• Gli Hatha–Yoghi imparano a controllare:
• la respirazione,
• la circolazione del sangue e
• l’energia nervosa.
• Si dice che costoro siano atti, trattenendo il respiro, quasi di fermare tutte le funzioni del corpo, immergendolo in un letargo in cui un uomo può rimanere per un certo periodo di tempo senza cibo o aria e senza danneggiarsi.
• D’altra parte si dice che costoro siano atti a intensificare la respirazione e, rendendola ritmica con il battito del cuore, prendere quantità un’enorme di forza vitale, e di usare tale forza, per esempio, per il trattamento delle malattie: sia le proprie, sia quelle altrui.
• Con uno sforzo di volontà, si suppone che gli Yoghi siano atti a sospendere la circolazione del sangue in qualsiasi parte del corpo; oppure, al contrario, di dirigere verso di essa una maggiore quantità di sangue arterioso e di energia nervosa.
• È proprio su ciò che il loro metodo di trattamento è basato.
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• Imparando a governare i loro proprî corpi, gli Yoghi imparano nel frattempo a governare l’intero universo materiale.
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• Il corpo umano rappresenta un universo in miniatura.
• Perciò il corpo umano contiene ogni cosa: dal minerale a Dio.
• E ciò per loro non è una mera figura retorica, epperò la verità più reale.
• Attraverso il suo corpo l’uomo è in contatto con l’intero universo e con ogni cosa ivi contenuta.
• L’acqua contenuta nel corpo umano connette l’uomo con tutta l’acqua della terra e dell’atmosfera; l’ossigeno contenuto nel corpo umano connette l’uomo con l’ossigeno nell’universo intero; il carbonio lo connette col carbonio universale; il principio vitale con ogni cosa vivente nel mondo.
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• È chiaro in tutto e per tutto perché ciò dev’essere così.
• L’acqua, che entra nella composizione del corpo dell’uomo, non è separata dall’acqua esterna al corpo; codesta è soltanto come se fluisse attraverso l’uomo; ciò è lo stesso per l’aria e per tutte le sostanze chimiche del corpo, eccetera: tutte codeste semplicemente viaggiano attraverso il corpo.
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• Imparando a controllare i varî principi (‘spiriti’ secondo la terminologia occulta) componenti il suo corpo, un uomo diventa atto a controllare gli stessi principî nel mondo: ovverosia, ‘gli spiriti della natura’.
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• Nel frattempo una comprensione retta dei principî dello Hatha–Yoga insegna a un uomo a comprendere le Leggi dell’Universo e il suo proprio posto nel mondo.
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• Anche una conoscenza elementare dei principî e dei metodi di Hatha–Yoga mostra l’impossibilità di studiare lo Yoga senza un insegnante e senza la sua supervisione costante.
• I risultati raggiunti coi metodi di Hatha–Yoga sono ugualmente il lavoro dell’alunno stesso e il lavoro del maestro sull’alunno.
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• In altri Yoga ciò potrebbe essere non così chiaro.
• Epperò nello Hatha–Yoga non può esserci il minimo dubbio al riguardo, specialmente quando l’uomo che lo studia ne ha compreso i principî delle ‘Asana’.
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• ‘Asana’ è il nome dato nello Hatha–Yoga a certe positure speciali del corpo, che uno Yoghi deve imparare ad assumere.
• Molte di tali positure appaiono del tutto impossibili a prima vista.
• Perciò, tali positure ‘incredibili’ sembrano come se un uomo:
• o non debba avere ossa per nulla,
• o debba addirittura rompersi tutti i suoi tendini.
• Esiste già, sin dal 1934, un numero sufficiente d’immagini fotografiche e persino cinematografiche delle ‘Asana’; e la difficoltà di tali positure è evidente a chiunque abbia avuto l’opportunità di vedere tali immagini.
• Anche la descrizione delle ‘Asana’, che si possono trovare in alcuni libri di Hatha–Yoga, mostra la loro difficoltà e la loro impossibilità pratica per qualunque uomo ordinario.
• Ciononostante, gli Hatha–Yoghi studiano tali ‘Asana’; ovverosia, costoro addestrano il corpo ad assumere tutte codeste positure incredibili.
• • •
• Ognuno può provare una delle ‘Asana’ più facili.
• Tale è la ‘positura del Buddha’, così detta perché il Buddha seduto è rappresentato solitamente in tale ‘Asana’.
• La forma più semplice di tale ‘Asana’ si ha quando uno Yoghi siede a gambe incrociate, non alla ‘moda turca’, epperò con un piede posto sul ginocchio opposto e l’altro ginocchio posto sull’altro piede; le gambe sono correttamente premute a terra e tra loro.
• Addirittura tale ‘Asana’, la più semplice di tutte, è impossibile senza un addestramento lungo e persistente.
• Epperò in realtà la positura appena descritta non è una ‘Asana’ completa.
• Se si osservano attentamente le statue del Buddha, si vedrà che entrambi i piedi giacciono sulle ginocchia, coi talloni sollevati verso l’alto.
• In tale posizione le gambe sono intrecciate in un modo che sembra del tutto impossibile senza rompersi le ossa.
• Epperò coloro che sono stati in India hanno visto e fotografato tale ‘Asana’ nella sua forma completa.
• • •
• Oltre alle ‘Asana’ esteriori esistono anche ‘Asana’ interiori, che consistono nella mutazione di svariate funzioni interne, come, per esempio: un rallentamento o un’accelerazione dell’azione cardiaca e perciò dell’intera circolazione sanguigna.
• Codeste ‘Asana’ interiori inoltre abilitano l’uomo a controllare un’intera serie di funzioni interne, che ordinariamente sono non soltanto al di fuori del controllo dell’uomo, epperò in molti casi sconosciute completamente alla scienza europea oppure che incominciano soltanto ora a essere sospettate.
• • •
• Il significato e lo scopo ultimo delle ‘Asana’ esteriori consistono precisamente nel conseguimento del controllo sulle funzioni interne.
• • •
• L’autoistruzione nelle ‘Asana’ presenta difficoltà insormontabili.
• Esistono descrizioni di oltre settanta ‘Asana’.
• Epperò addirittura la loro descrizione più completa e dettagliata non ne dà l’ordine in cui codeste dovrebbero essere studiate.
• E tale ordine non può essere indicato nei libri, perché ciò dipende dal tipo fisico di un uomo.
• • •
• Ciò vuol dire che per ogni tipo fisico è necessario un ordine sequenziale differente.
• Per ogni uomo esiste una o più ‘Asana’, che può imparare e praticare più facilmente che le altre.
• Epperò l’uomo ordinario in sé e per sé stesso non conosce il proprio tipo fisico e non sa quali ‘Asana’ siano più facili per lui e con quali ‘Asana’ dovrebbe incominciare.
• Inoltre, costui non conosce gli esercizî preparatorî, che sono diversi per ogni ‘Asana’ e per ogni tipo fisico.
• • •
• Tutto ciò può essere determinato per lui soltanto da un maestro che possieda una conoscenza completa dello Hatha–Yoga.
• • •
• Dopo un certo periodo di osservazione e dopo alcuni esercizî di prova, che definiscono il suo alunno, il maestro ne determina il suo tipo fisico e gli dice con quale ‘Asana’ dovrebbe incominciare.
• Un alunno deve incominciare con la diciassettesima ‘Asana’, un altro con la trentacinquesima, un terzo con la cinquantasettesima, un quarto con la prima, e così via.
• • •
• Avendo stabilito in quale ‘Asana’ l’alunno deve mettercela tutta per padroneggiarla, il maestro gli impartisce esercizî speciali e successivi che costui gli dimostra.
• Tali esercizî gradualmente lo portano all’ ‘Asana’ desiderata; ovverosia, gli permettono di assumere e mantenere per un certo tempo la positura richiesta del corpo.
• • •
• Quando la prima ‘Asana’ è conseguita, il maestro gli determina l’ ‘Asana’ successiva, a cui l’alunno deve mettercela tutta per conseguirla; e di nuovo gli dà degli esercizî, che nel corso del tempo lo portano a tale ‘Asana’.
• • •
• Lo studio di una ‘Asana’ erronea contiene difficoltà quasi insormontabili.
• E per di più, come ciò è assolutamente indicato nei libri che espongono i principî dello Hatha–Yoga:
‘Un’Asana erronea uccide un uomo!’.
• • •
• Tutto ciò preso insieme mostra chiaramente che lo studio dello Hatha–Yoga e lo studio di altri Yoga è impossibile senza un maestro.
• • •
• Il metodo primario di Hatha–Yoga, il metodo che rende possibile la subordinazione alla volontà del corpo fisico e persino delle funzioni fisiche ‘inconsce’, è un lavoro continuo sul superamento del dolore.
• • •
• Il superamento del dolore, il superamento della paura della sofferenza fisica, il superamento del desiderio continuo e incessante di tranquillità, facilità e conforto, creano la forza che trasferisce attua la trasmutazione di uno Hatha–Yoghi a un altro livello di essere.
• • •
• Nella letteratura, principalmente teosofica1, correlata alla storia dei principî e dei metodi dello Yoga, esiste una differenza di opinione che ha un certo significato.
• Nota 1. Per esempio: Old Diary Leaves, di H. S. Olcott, Volume 2° e 3°.
• Ci sono autori che sostengono che lo studio dello Yoga deve necessariamente incominciare con lo Hatha–Yoga e che senza lo Hatha–Yoga ciò non può dare alcun risultato.
• E ci sono altri autori che sostengono che lo Hatha–Yoga può essere studiato dopo gli altri Yoga, specialmente dopo lo Raja–Yoga, quando lo scolaro è già in possesso di tutti i poteri dati dalla nuova coscienza.
• • •
• La soluzione più corretta della domanda sarebbe assumere che in tal caso, così come in molti altri casi, la differenza dipende dal tipo; ovverosia, ci sono tipi di uomini che devono necessariamente incominciare con lo Hatha–Yoga, e ci sono tipi per cui sono possibili cammini attraverso gli altri Yoga.
• • •
• Nei documenti scientifici degli investigatori sull’ ‘Ascetismo Indiano’, che esistono nella letteratura occidentale, gli Hatha–Yoghi sono sfortunatamente sovente confusi coi ‘fachiri’.
• Le cause di tale confusione possono essere comprese facilmente.
• Gli investigatori, che osservano i fenomeni esterni e non comprendono i principî dello Yoga, non possono distinguere i fenomeni originali dall’imitazione2.
• Nota 2. Per esempio: Fakire und Fakirtum, di Richard Schmidt.
• I fachiri imitano gli Hatha–Yoghi.
• Epperò ciò che è fatto dagli Hatha–Yoghi per il raggiungimento di un loro scopo ben definito, che è compreso chiaramente da costoro, diventa ciò stesso l’obiettivo per i Fachiri.
• I Fachiri incominciano, perciò, col più difficile, con gli estremi e soprattutto con le pratiche che menomano il corpo fisico.
• Tengono le braccia, o un braccio, tese verso l’alto fino a quando le braccia non appassiscono; guardano il fuoco o il sole finché diventano ciechi; si consegnano per essere mangiati da insetti e simili.
• Per un certo periodo di tempo alcuni di loro perciò sviluppano capacità strane e sopranormali, epperò la loro via non ha nulla in comune con la via degli Hatha–Yoghi.

• • •

2. RAJA–YOGA
• Lo Raja–Yoga è lo Yoga dell’educazione della coscienza.
• • •
• L’uomo, che studia lo Raja–Yoga praticamente, acquisisce coscienza del suo ‘IO’.
• Nel frattempo acquisisce poteri interiori straordinarî:
• il controllo su sé stesso e
• la capacità di influire su altri individui.
• • •
• Lo Raja–Yoga – in relazione al mondo psichico dell’uomo, alla sua autocoscienza – ha lo stesso significato dello Hatha–Yoga in relazione al mondo fisico.
• Lo Hatha–Yoga è lo Yoga del superamento del corpo, l’acquisizione del controllo del corpo e delle sue funzioni; lo Raja–Yoga è lo Yoga del superamento dell’autocoscienza illusoria ed erronea dell’uomo e dell’acquisizione del controllo sulla coscienza.
• • •
• Lo Raja–Yoga insegna all’uomo ciò che costituisce la base della filosofia di tutto il mondo:
• la conoscenza di sé stesso.
• • •
• Proprio come lo Hatha–Yoga considera il corpo fisico come imperfetto, epperò capace di essere mutato in meglio, così lo Raja–Yoga considera l’apparato psichico dell’uomo altrettanto lontano dall’ideale, epperò capace d’essere corretto e migliorato.
• • •
• Il compito dello Raja–Yoga è la ‘disposizione della coscienza’, che è completamente analoga alla ‘disposizione della voce’ nel canto.
• Il pensiero occidentale ordinario:
• non comprende minimamente la necessità della ‘disposizione della coscienza’,
• trova in generale che la coscienza ordinaria sia sufficiente in tutto e per tutto e che l’uomo non possa avere nient’altro.
• • •
• Lo Raja–Yoga stabilisce che la coscienza, così come una voce potente, richiede un appropriato ‘posizionamento’, che: ne moltiplicherebbe la sua potenza e qualità dieci volte; ne aumenterebbe la sua efficienza; la renderebbe un ‘suono migliore’; la riprodurrebbe meglio; ricostruirebbe l’interrelazione delle idee, ne abbraccerebbe più di una alla volta.
• • •
• La prima affermazione dello Raja–Yoga è che l’uomo non conosce affatto sé stesso; costui ha un’idea completamente falsa e distorta di sé stesso.
• • •
• Tale mancanza di comprensione di sé stesso è la difficoltà primaria dell’uomo sul suo cammino, la causa primaria della sua debolezza.
• Se immaginiamo un uomo che non conosce il proprio corpo, non conosce le parti del proprio corpo, il loro numero e la loro posizione relativa, cosicché non sa che ha due braccia, due gambe, una testa e così via, ciò darà un’illustrazione esatta della nostra positura in relazione al nostro mondo psichico.
• • •
• Dal punto di vista dello Raja–Yoga, l’apparato psichico umano è proprio come se fosse un sistema di lenti oscurate e deformate, attraverso cui la sua coscienza guarda il mondo e guarda sé stessa, ricevendo un’immagine che non corrisponde in alcun modo alla realtà.
• Il difetto primario dell’apparato psichico umano sta proprio nell’impressione distorsiva che fa accettare all’uomo come se lui fosse separato da ciò che cosicché gli mostra separato.
• Un uomo, che crede nel suo apparato psichico, è un uomo che crede nel campo visivo del binocolo attraverso cui guarda, nella piena convinzione che ciò che entra nel campo visivo del suo binocolo in quel momento esiste separatamente da ciò che non vi entra.
• • •
• La nuova autoconoscenza è attinta nello Raja–Yoga attraverso uno studio dei principî del mondo psichico umano e attraverso una lunga serie di esercizî di coscienza.
• • •
• Uno studio dei principî della vita psichica mostra all’uomo i quattro stati di coscienza possibili per lui, che nella psicologia indiana usuale sono detti:
• 1°) sonno profondo (susupti),
• 2°) sonno con sogni (svapna),
• 3°) stato di veglia (jagrata),
• 4°) Turiya o Caturtha o stato d’illuminazione.
• • •
• (Negli insegnamenti esoterici tali stati di coscienza sono definiti in qualche modo differentemente, epperò rimangono sempre e comunque quattro e le loro relazioni reciproche rimangono prossime a quanto sopra scritto.)
• Dopo ciò segue lo studio delle funzioni psichiche: del pensiero o intellettiva; del sentimento o commotiva; sensoriali o istintiva e motoria e sessuale; e così via, sia separatamente che nelle loro relazioni l’una con l’altra; lo studio dei sogni, lo studio dei processi psichici semiconscî e inconscî, lo studio delle illusioni e degli autoinganni, lo studio delle varie forme di autoipnosi e di autosuggestione, con l’obiettivo di liberarsene.
• • •
• Uno dei primi compiti pratici, stabilito prima in un uomo che inizia a studiare lo Raja– Yoga, è il conseguimento dell’abilità di fermare i pensieri, la capacità di non pensare, ovverosia di fermare completamente la mente a volontà, di dare un riposo completo all’apparato psichico.
• • •
• Tale abilità di fermare il pensiero è considerata:
• come una condizione necessaria, per risvegliare certi poteri e possibilità latenti nell’uomo; e
• come una condizione necessaria, per subordinare i processi psichici inconscî alla volontà.
• Soltanto quando un uomo ha creato in sé stesso tale capacità di fermare il flusso dei suoi pensieri, costui può avvicinarsi alla possibilità di ascoltare i pensieri delle altre persone e tutte le voci che parlano incessantemente in natura: le voci di varie ‘piccole vite’, che sono parti componenti di sé stesso, e le voci di ‘grandi vite’, di cui lui è parte componente.
• Soltanto quando costui ha acquisito la capacità di creare uno stato passivo della sua mente, un uomo può sperare di sentire la voce del Silenzio, che sola può rivelargli le Verità e i Segreti nascosti da lui.
• • •
• Inoltre (e ciò è la prima cosa che si ottiene), nell’imparare a smettere di pensare a volontà l’uomo acquisisce il potere di ridurre il dispendio inutile di energia psichica consumata nel pensiero non necessario.
• Il pensiero non necessario è uno dei mali primarî della nostra vita interiore.
• Quanto sovente accade che qualche pensiero penetri nella nostra mente; e la mente, non avendo il potere di buttarlo fuori, gira e rigira il pensiero non necessario all’infinito: proprio come il moto ondoso incessante gira e rigira più e più volte un granello di rena sulla battigia o bàttima.
• • •
• Ciò accade specialmente quando un uomo è agitato o infastidito o ferito, è impaurito da qualcosa, è sospettoso di qualcosa, e così via.
• E la gente non s’avvede di quale quantità enorme di energia è spesa per tali inutili gira e rigira nella mente degli stessi pensieri non necessarî, delle stesse parole non necessarie.
• La gente non s’avvede che un uomo, senz’accorgersene, può ripetere molte migliaia di volte nel corso di un’ora o due qualche frase sciocca o frammento di versetto, che gli è rimasto nella sua mente senz’alcuna ragione.
• • •
• Quando il ‘discepolo’ ha imparato a non pensare, gli viene insegnato a pensare: a pensare a ciò a cui costui vuole pensare, e non a tutto ciò che gli viene o salta in mente.
• Questo è un metodo di concentrazione.
• La concentrazione completa della mente su un soggetto e la capacità di non pensare a nient’altro, la capacità di non essere strascinati da associazioni accidentali, conferiscono a un uomo poteri enormi.
• Costui può perciò costringersi non soltanto a pensare, epperò anche a non sentire, a non udire, a non vedere nulla che accade intorno a lui; costui può evitare di avere la sensazione di qualsiasi tipo di disagio fisico, sia di caldo sia di freddo o di sofferenza; costui è atto con un solo sforzo di rendersi insensibile a qualsiasi dolore, addirittura il più terribile.
• Ciò spiega una delle teorie per cui lo Hatha–Yoga diventa facile dopo lo Raja–Yoga.
• • •
• Il passo successivo, il terzo, è la meditazione.
• All’uomo che ha studiato la concentrazione, gli è insegnato a usarla, ovverosia a meditare, a entrare in profondità in una data domanda, a esaminarne i suoi lati differenti uno dopo l’altro, a trovare in essa correlazioni e analogie con tutto ciò che sa, con tutto ciò che ha pensato o sentito prima.
• La retta meditazione rivela all’uomo una quantità infinita, che gli è nuova, in cose che lui precedentemente pensava gli fossero già note.
• La retta meditazione gli mostra profondità, su cui non gli venne mai in mente di pensare, e, soprattutto, lo avvicina alla ‘nuova coscienza’; baleni di cui, come un lampo, incominciano a illuminare le sue meditazioni, rivelandogli per un istante orizzonti infinitamente remoti.
• • •
• Il passo successivo, il quarto, è la contemplazione.
• All’uomo è insegnato, avendogli posto davanti a sé una domanda o un’altra, a entrare in ciò il più profondamente possibile senza pensare; o addirittura senza porsi alcuna domanda prima, per entrare profondamente in un’idea, un’immagine mentale, un paesaggio, un fenomeno di natura, un suono, un numero.
• • •
• Un uomo che ha imparato a contemplare risveglia le facoltà superiori della sua anima, si espone agli influssi che giungono dalle sfere superiori della vita del mondo e, per così dire, è in comunione coi misteri più profondi dell’universo.
• Nel frattempo lo Raja–Yoga rende l’ ‘IO’ dell’uomo l’oggetto di: concentrazione, meditazione e contemplazione.
• Avendo insegnato all’uomo a economizzare i suoi poteri mentali e a dirigerli a volontà, lo Raja–Yoga gli impone di dirigerli sull’autoconoscenza, sulla conoscenza del suo ‘IO’ Reale.
• • •
• La mutazione dell’autocoscienza dell’uomo e del suo ‘sentimento di sé’ è lo scopo primario dello Raja–Yoga.
• Il suo oggetto è far sentire realmente all’uomo e farlo divenire conscio delle altezze e delle profondità in sé stesso, con cui costui entra in contatto con l’eternità e l’infinito, ovverosia per far sentire all’uomo che non è un frammento di polvere mortale, temporaneo e finito nell’universo infinito, epperò una quantità immortale, eterna e infinita uguale all’intero universo, una goccia nell’oceano dello spirito, epperò una goccia che può contenere l’oceano intero.
• L’ampliamento dell’ ‘IO’ conformemente ai metodi dello Raja–Yoga è proprio ciò: unendo l’autocoscienza dell’uomo con l’autocoscienza del mondo, il trasferimento del fuoco dell’autocoscienza da una piccola unità separata nell’infinito.
• Lo Raja–Yoga allarga l’ ‘IO’ dell’uomo e ricostruisce la sua visione di sé stesso e del suo sentimento di sé.
• • •
• Perciò l’uomo attinge uno stato di straordinaria libertà e potenza.
• Costui, non soltanto controlla sé stesso, epperò è atto a controllare gli altri.
• Costui può leggere i pensieri di altre persone, sia che siano vicine a lui oppure a distanza; può suggerire loro i proprî pensieri e desiderî e subordinarli a sé stesso.
• Costui può acquisire la chiaroveggenza; costui può conoscere il passato e il futuro.
• • •
• Tutto ciò può apparire fantastico e impossibile per un lettore europeo, epperò gran parte del ‘miracoloso’ in realtà non è affatto impossibile come sembra a prima vista.
• Nei metodi di Raja–Yoga ogni cosa si basa sulla comprensione di Leggi che per noi sono incomprensibili e sul carattere strettamente consecutivo e graduale del Lavoro su sé stessi.
• • •
• L’idea di ‘separazione di sé’, di ‘non attaccamento’, occupa un posto importantissimo nella pratica dello Raja–Yoga.
• Dopo ciò segue l’idea dell’assenza di permanenza e di unità nell’uomo e nel suo ‘IO’; e più avanti segue l’idea della non esistenza della ‘Separa–Azione’ dell’uomo, l’assenza di qualsiasi divisione tra uomo, umanità e natura.
• • •
• Lo studio dello Raja–Yoga è impossibile senza la guida costante e diretta di un maestro.
• Prima che lo scolaro incomincî a studiare da solo, costui è studiato dal maestro, che determina i modi e le maniere che costui deve seguire: ovverosia, la sequenza di esercizî che costui deve fare, poiché gli esercizî non possono mai essere gli stessi per uomini differenti.
• • •
• Lo scopo dello Raja–Yoga è di portare l’uomo più vicino alla Coscienza Superiore, provandogli la possibilità di un nuovo stato di coscienza, simile al risveglio dopo il sonno.
• Finché un uomo non conosce il gusto e la sensazione di tale risveglio, finché la sua mente è ancora addormentata, lo Raja–Yoga mira a rendere comprensibile l’idea del risveglio dicendogli di coloro che si sono già risvegliati, insegnandogli a riconoscere i frutti del loro pensiero e delle loro attività, che sono differenti interamente dai risultati delle attività della gente ordinaria.

• • •

3. KARMÀN–YOGA
• Il Karmàn–Yoga insegna la vita retta.
• Il Karmàn–Yoga è lo Yoga dell’attività retta o rettitudine.
• • •
• Il Karmàn–Yoga insegna la relazione retta con le persone e l’azione retta nelle
circostanze ordinarie della vita.
• Il Karmàn–Yoga insegna come diventare uno Yoghi nella vita senza andare nel deserto
o entrare in una scuola di Yoghi.
• Il Karmàn–Yoga è un supplemento necessario a tutti gli altri Yoga; soltanto con l’aiuto
del Karmàn–Yoga un uomo può ricordare sempre il suo scopo e non perderlo mai di
vista.
• Senza il Karmàn–Yoga tutti gli altri Yoga o non danno risultati o degenerano in
qualcosa di opposto a sé stessi.
• Il Raja–Yoga e lo Hatha–Yoga degenerano nella cerca di miracoli esterni, del
misterioso, del terribile: ovverosia, nello pseudo–occultismo.
• Il Bhakti–Yoga degenera nello pseudo–misticismo, nella superstizione, in
un’adorazione personale oppure in uno sforzo per la salvezza personale.
• Lo Jnana–Yoga degenera nella scolastica o, al meglio, nella metafisica.
• • •
• Il Karmàn–Yoga è sempre connesso con lo scopo dello sviluppo interiore, del
miglioramento interiore.
• Ciò aiuta l’uomo a non addormentarsi interiormente tra gli influssi impiccianti della
vita, specialmente nel mezzo dell’influsso ipnotico dell’attività.
• Ciò gli fa ricordare che nulla di esterno ha alcun significato, che tutto dev’essere fatto
senza preoccuparsi dei risultati.
• Senza il Karmàn–Yoga l’uomo diventa assorbito negli scopi più vicini, il visibile, e
dimentica lo scopo primario.
• • •
• Il Karmàn–Yoga insegna all’uomo la mutazione del suo destino, a dirigerlo a volontà.
• Accordandosi all’idea fondamentale del Karmàn–Yoga, ciò si ottiene soltanto
sommovendo l’atteggiamento interiore dell’uomo verso le cose e verso le proprie
azioni.
• • •
• La stessa azione può essere prodigata differentemente; il medesimo evento può
essere vissuto differentemente.
• E se un uomo sommuove il suo atteggiamento verso ciò che gli accade, ciò nel corso
del tempo muterà inevitabilmente il carattere degli eventi che incontrerà sulla sua via.
• • •
• Il Karmàn–Yoga insegna all’uomo a comprendere che, quando gli sembra che lui stesso
stia agendo, in realtà non è lui che agisce, epperò che soltanto un potere lo sta
attraversando.
• Il Karmàn–Yoga afferma che un uomo non è per nulla ciò che lui pensa sia sé stesso; e
insegna all’uomo a comprendere che:
• 1) soltanto in casi rarissimi, agisce da sé stesso e indipendentemente, e che
• 2) nella maggior parte dei casi, lui agisce soltanto come parte di un insieme grande o
di un altro.
• Ciò è il lato ‘occulto’ del Karmàn–Yoga:
• l’insegnamento concernente le Forze e le Leggi che governano l’uomo.
• • •
• Un uomo, che comprende le idee del Karmàn–Yoga, sente sempre che lui è soltanto
una piccola vite o una piccola ruota nella Grande Macchina; e che il successo o il
fallimento di ciò che lui pensa di fare dipende pochissimo dalle sue azioni proprie.
• • •
• Agendo e sentendo in tal modo, un uomo non può mai incontrare il fallimento in nulla,
perché il più grande fallimento, il più grande insuccesso, può più avanti essere un
successo nel suo lavoro interiore, nella sua lotta contro sé stesso, se soltanto trova il
retto atteggiamento verso cotal insuccesso.
• • •
• Una vita governata dai principî del Karmàn–Yoga differisce molto da una vita
ordinaria.
• Nella vita ordinaria, non importa quali possano essere le condizioni, lo scopo primario
dell’uomo consiste nell’evitare ogni spiacevolezza, difficoltà e disagio, per quanto ciò gli
sia possibile.
• • •
• In una vita governata dai principi del Karmàn–Yoga, un uomo non cerca di evitare
spiacevolezze o disagî.
• Al contrario, costui li accoglie, proprio perché gli offrono una possibilità di superarli.
• Dal punto di vista del Karmàn–Yoga, se la vita non gli offrisse difficoltà, sarebbe perciò
necessario crearle artificialmente.
• Cosicché le difficoltà, che s’incontrano nella vita, sono considerate non come qualcosa
di spiacevole, che si deve tentare di evitare, epperò come condizioni utilissime per gli
scopi del lavoro interiore e dello sviluppo interiore.
• • •
• Quando un uomo s’avvede di ciò e lo sente costantemente, la vita stessa gli diventa la
sua maestra.
• • •
• Il principio primario del Karmàn–Yoga è il non attaccamento o distacco.
• Un uomo che segue i metodi del Karmàn–Yoga deve praticare il distacco sempre e in
ogni cosa, sia al bene che al male, al piacere o al dolore.
• Il distacco non significa indifferenza.
• Il distacco è un certo genere di separazione di sé da ciò che accade o da ciò che un
uomo sta facendo.
• Il distacco non è freddezza, né è il desiderio di rinchiudersi fuori dalla vita.
• Il distacco è il riconoscimento e l’avvedutezza costante che ogni cosa è fatta
accordandosi a certe Leggi e che ogni cosa nel mondo ha il suo destino.
• • •
• Da un punto di vista ordinario, il seguitare i principî del Karmàn–Yoga appare come
fatalismo.
• Epperò ciò non è fatalismo nel senso dell’accettazione della preordinazione esatta e
inalterabile di ogni cosa, senza la possibilità di qualunque mutazione.
• Al contrario, il Karmàn–Yoga insegna come mutare il proprio Karmàn: come
influenzare il Karmàn.
• Epperò, dal punto di vista del Karmàn–Yoga, tale influsso è un processo interamente
interiore.
• Il Karmàn–Yoga insegna che un uomo può mutare le persone e gli eventi che lo
circondano mutando il suo atteggiamento nei loro confronti.
• • •
• L’idea di ciò è chiarissima.
• Ogni uomo dalla sua nascita è circondato da un certo Karmàn, da certe persone e da
certi eventi.
• E in conformità con la sua natura, l’educazione, i gusti e le abitudini, costui adotta un
certo atteggiamento determinato verso le cose, le persone e gli eventi.
• Fintantoche il suo atteggiamento rimane immutato, anche le persone, le cose e gli
eventi rimangono invariati: ovverosia, corrispondenti al suo Karmàn.
• Se costui non è soddisfatto del suo Karmàn, se lui vuole qualcosa di nuovo e di
sconosciuto, lui deve mutare il suo atteggiamento verso ciò che ha e poi giungeranno i
nuovi eventi.
• • •
• Il Karmàn–Yoga è l’unico modo possibile per persone che sono legate alla vita, che
sono inatte a liberarsi dalle forme esterne della vita; per persone che, o per la loro
nascita o per i loro poteri e le loro capacità, sono poste alla testa degli comunità o gruppi
umani; per persone che sono connesse col progresso della vita dell’umanità; per
personaggi storici; per persone la cui vita personale sembra essere l’espressione della
vita di un’epoca o di una nazione.
• Tali persone non possono mutarsi visibilmente; costoro possono mutare sé stessi
soltanto internamente, mentre esternamente restano gli stessi di prima, dicendo le
stesse cose, facendo le stesse cose, epperò senza attaccamento: come attori sul
palcoscenico.
• Essendo diventati tali attori in relazione alle loro vite, costoro diventano Yoghi nel bel
mezzo dell’attività più svariata e più intensa.
• Può esserci pace nella loro anima, qualunque possano essere i loro problemi.
• Il loro pensiero può funzionare senza impedimento, indipendentemente da qualunque
cosa possa circondarlo.
• • •
• Il Karmàn–Yoga dà la libertà al prigioniero in una prigione e al re sul suo trono, se e
soltanto se costoro riescono a sentire comunque che loro sono attori che interpretano i
loro ruoli.
• • •
• 4. BHAKTI–YOGA •
• Il Bhakti–Yoga è lo Yoga della via religiosa.
• • •
• Il Bhakti–Yoga insegna come credere, come pregare e come ottenere una certa
salvezza.
• Il Bhakti–Yoga può essere applicato a qualunque religione.
• Le differenze nelle religioni non esistono per il Bhakti–Yoga.
• C’è soltanto l’idea della via religiosa.
• • •
• Lo Yoghi Ramakrishna Paramahamsa (nato il 18 febbraio 1836, alias Gadadhar
Chattopadhyay, e deceduto il 16 Agosto 1886), che negli anni ottanta dell’800 viveva nel
monastero di Dakshineswar, vicino a Calcutta in India, e divenne noto attraverso le
opere dei suoi diciotto discepoli (Vivekananda, Abedananda, Yogananda, Sarada Devi, e
altri), fu un Bhakti–Yoghi.
• Lui riconobbe come uguali tutte le religioni con tutti i loro dogmi, sacramenti e rituali.
• Lui stesso appartenne simultaneamente a tutte le religioni.
• Dodici anni della sua vita furono spesi nel seguire più e più volte la via dell’ascetismo,
accordandosi alle regole di ognuna delle grandi religioni a sua volta.
• E sempre lui giunse allo stesso risultato, allo stato di samadhi o estasi, di cui divenne
convinto costituisca lo scopo di tutte le religioni.
• Ramakrishna fu solito perciò dire ai suoi discepoli che, grazie all’esperienza personale,
lui era giunto alla conclusione che tutte le grandi religioni sono una sola, cosicché lui fu
convinto che tutte loro conducono parimenti a Dio: ovverosia, alla Somma Conoscenza.
• • •
• Nel portare l’uomo più vicino al samadhi, il Bhakti–Yoga – se praticato separatamente
dagli altri Yoga – lo porta via completamente dal mondo.
• L’uomo acquisisce poteri enormi, epperò nel frattempo perde la capacità di usarli (così
come la capacità di usare i suoi poteri ordinarî) per scopi terreni.
• • •
• Ramakrishna disse ai suoi discepoli che, dopo essere stato svariate volte nello stato di
samadhi, incominciò a sentire che lui non era più atto a prendersi cura di sé stesso.
• Lui disse ai suoi discepoli di come una volta pianse, pensando che ora lui doveva
morire d’inedia.
• Ciò lo spaventò a tutta prima, finché lui divenne convinto che qualcuno c’era sempre a
prendersi cura di lui.
• • •
• Nel libro The Gospel of Ramakrishna (Il Vangelo di Ramakrishna), scritto dal suo
discepolo Swami Abhedananda (nato il 2 ottobre October 1866, alias Kali Prasad
Chandra, e deceduto l’8 settembre 1939) è citata una conversazione notevole tra
Ramakrishna ammalato, che era già prossimo alla morte, e un saggio indiano, un Pundit,
che venne a fargli visita.
• • •
• Il Pundit Sashadhar venne un giorno per rendere omaggio a Bhagavan Ramakrishna.
• Vedendo la sua malattia, costui gli chiese:
• “Bhagavan, perché tu non concentri la tua mente sulla parte malata e perciò te la
curi?”
• Il Bhagavan gli rispose:
• “Come posso fissare la mia mente, che ho dato a Dio, su tale gabbia di carne e
sangue?”
• Sashadhar gli disse:
• “Perché tu non preghi la tua madre divina per la cura della tua malattia?”
• Il Bhagavan gli rispose:
• “Quando penso a mia madre, il corpo fisico svanisce e io ne sono completamente al
di fuori; perciò mi è impossibile pregare per tutto ciò che concerne il corpo.”1
•Nota 1. Il Vangelo di Ramakrishna, pubblicato da The Vedanta Society, New York, 1907, p. 419.
• • •
• Perciò, tutto ciò che l’uomo ottiene in tale via non ha alcun valore dal punto di vista
terreno e non può essere usato per l’acquisizione di comodità terrene.
• • •
• L’impossibilità di dimostrare, argomentando a un altro uomo, l’esistenza di ciò che lui
stesso non sente commotivamente, indusse Ramakrishna a insegnare che il Bhakti–Yoga
è la migliore di tutte le vie dello Yoga, perché il Bhakti–Yoga non richiede prove.
• Il Bhakti–Yoga si rivolge direttamente ai sentimenti e ve le apporta riunendole, non
coloro che la pensano nello stesso modo, epperò coloro che sentono nello stesso modo.
• • •
• Ramakrishna, inoltre, considerò il Bhakti–Yoga come la più semplice e la più facile di
tutte le vie, perché tale via richiede la distruzione dell’attaccamento a qualunque cosa
terrena, la rinuncia di sé, l’abbandono della propria volontà e la resa incondizionata di
sé stessi a Dio.
• • •
• Epperò, poiché per molti individui precisamente tutto ciò può sembrare la difficoltà
massima, ciò da sola dimostra che il Bhakti–Yoga è una via per coloro di un certo tipo
definito e di una mentalità definita, e che il Bhakti–Yoga non può essere considerato
una via accessibile a tutti.
• • •
• Il Bhakti–Yoga ha molto in comune col Raja–Yoga.
• Come il Raja–Yoga, il Bhakti–Yoga include metodi di concentrazione, meditazione e
contemplazione, epperò l’oggetto di concentrazione, meditazione e contemplazione non
è l’ ‘IO’, epperò è ‘Dio’: ovverosia, il Tutto, in cui la piccola scintilla della coscienza
umana svanisce completamente.
• • •
• Il significato pratico del Bhakti–Yoga sta nell’addestramento commotivo.
• Il Bhakti–Yoga è un metodo di ‘domatura’ e d’ ‘imbrigliatura’ delle emozioni per coloro
le cui emozioni sono particolarmente forti, epperò le cui emozioni religiose – che
dovrebbero controllare le altre emozioni – sono disperse, non concentrate,
apportandole subito lontanissimo epperò producendo reazioni forti.
• Nel frattempo è un metodo per sviluppare emozioni religiose per coloro in cui cotali
sono deboli.
• Il Bhakti–Yoga è in un certo senso un supplemento a qualunque religione o
un’introduzione alla religione per un uomo di tipo non religioso.
• • •
• Le idee del Bhakti–Yoga sono più vicine e più intelligibili per l’Occidente delle idee
degli altri Yoga, grazie all’esistenza nella letteratura occidentale di opere sulla ‘pratica
religiosa’ affini al Bhakti–Yoga nel loro spirito e nel loro significato, benché differenti in
tutto e per tutto per qualità.
• • •
• Opere di tal genere nei paesi protestanti, per esempio, i libri dei mistici tedeschi dei
secoli XVI, XVII e XVIII, sono sovente interessanti; epperò il protestantesimo si è tagliato
troppo profondamente fuori dalla tradizione e gli autori di tali lavori erano obbligati a
cercare, apertamente o furtivamente, per un supporto dei loro metodi nell’ ‘occultismo’
o nella ‘teosofia’ di un tipo o dell’altro.
• Perciò le opere protestanti non sono puramente religiose.
• • •
• Nel cattolicesimo ogni cosa che vi ebbe una qualche vita fu probabilmente uccisa ai
tempi dell’Inquisizione, la quale può considerarsi stabilita già col Concilio presieduto a
Verona nel 1184 da papa Lucio III e dall’imperatore Federico Barbarossa, con la
costituzione Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem, e fu poi perfezionata da
Innocenzo III e dai successivi papi Onorio III e Gregorio IX, con l’occorrenza di reprimere
il movimento cataro, diffuso nella Francia meridionale e nell’Italia settentrionale, e di
controllare i diversi e attivi movimenti spirituali e pauperistici.
• Le opere cattoliche sulle pratiche religiose, come il ben noto libro di Ignazio di Loyola,
sono nient’altro che manuali per creare allucinazioni di un carattere definito e
stereotipato: Gesù sulla croce, la Vergine Maria con l’infante, i santi, i martiri, l’ ‘inferno’,
il ‘paradiso’ e così via.
• In altre parole, cotali insegnano il trasferimento dei sogni nello stato di veglia e la
formazione di tali sogni in certe immagini definite: un processo possibile in tutto e per
tutto e detto nella ‘chiaroveggenza’ nello pseudo–occultismo.
• Gli stessi metodi per creare la pseudo–chiaroveggenza esistono e svolgono un ruolo
importantissimo nell’occultismo moderno.
• • •
• Una parodia divertentissima di tali metodi si trova nel libro di Eliphas Levi Dogme et
Rituel de la Haute Magie, in cui costui descrive un’evocazione del diavolo (Rituel …, p
243).
• Sfortunatamente pochissimi lettori di Eliphas Levi comprendono che ciò è una parodia.
• • •
• La pseudo–chiaroveggenza, i ‘sogni nello stato di veglia’, le allucinazioni desiderate e
attese, son dette ‘bellezza’ nella letteratura mistica ortodossa.1
• Nota 1. La parola ‘прелесть’ (‘prelest’) è la traduzione del greco πλάνη, tentazione, seduzione.
• Epperò la parola russa прелесгь, oltre al suo primo significato, ‘allettamento’, ha moltissime associazioni
connesse col suo secondo significato, ‘fascino’, o ‘bellezza’.
• E nella traduzione inglese ho lasciato la parola ‘bellezza’, perché rende al meglio il significato attribuito a
tale parola nel Dobrotolyubiye e ‘Le Narrazioni di un Pellegrino’. Inoltre, ciò mostra chiaramente il carattere
delle esperienze preferite nel misticismo cattolico e nello pseudo–occultismo; ovverosia, la loro ‘bellezza’
esteriore e formale in opposizione ai loro significato e contenuto interiori.
• Ciò è molto caratteristica del misticismo ortodosso, che mette in guardia i praticanti e
li cautela proprio contro ciò che il misticismo cattolico e lo pseudo–occultismo viceversa
consigliano e suggeriscono.
• • •
• Le opere più interessanti sulla pratica religiosa si trovano nella letteratura della chiesa
ortodossa orientale.
• Per prima, vi è una raccolta di scritti in sei volumi recanti il titolo Добротолюбие
Dobrotolyubiye (φιλοκαλία, filocalìa) (la maggior parte dei quali fu tradotta dal greco),
che contiene descrizioni di esperienze mistiche, statuti e regolamenti della vita
monastica, regole di preghiera e contemplazione, e la descrizione di metodi vicinissimi ai
metodi di Hatha–Yoga (adottati nel Bhakti–Yoga): come, per esempio, i metodi di
respirazione o le diverse positure e posizioni del corpo, e così via.
• • •
• Accanto alla Dobrotolyubiye stessa, c’è da doversi notare un libretto appartenente alla
metà del 19° secolo, che fu venduto in Russia prima della prima guerra mondiale nella
sua terza edizione del 1884.
• Tale libretto è detto The Sincere Narrations of a Pilgrim to his Spiritual Father (Le
Narrazioni Sincere di un Pellegrino al suo Padre Spirituale).
• È di un autore sconosciuto ed è in un certo senso un’introduzione alla Dobrotolyubiye;
anche se nel frattempo ciò è un trattato indipendente del tutto e per tutto sulla pratica
religiosa vicinissima al Bhakti–Yoga.
• Una conoscenza di tale libretto dà un’idea esatta del carattere e dello spirito del
Bhakti–Yoga.
• • •
• ‘Le Narrazioni di un Pellegrino’ è estremamente interessante addirittura da un punto di
vista letterario.
• È uno dei germi poco conosciuti della letteratura russa.
• Sia il pellegrino stesso sia le persone che costui incontrò e cui parlò sono tutti tipi russi
viventi, molti dei quali sono esistiti fino ai nostri tempi (1934) e che noi, che stiamo
vivendo ora (1934), abbiamo visto e incontrato.
• • •
• È difficile dire se il pellegrino esistette veramente e se le sue narrazioni furono
trascritte dalle sue parole dall’archimandrita Paissy, l’autore della prefazione al libro, o
se tali narrazioni siano di Paissy stesso o quelle di qualcun altro monaco istruito.
• • •
• Molto in tali narrazioni porta a sospettare la penna e il pensiero non soltanto di un
uomo istruito, epperò di un uomo altamente istruito e di grande talento.
• D’altra parte coloro che sanno in che modo straordinariamente artistico alcuni russi,
come cotal ‘pellegrino’, possono raccontare storie su sé stessi e su tutto il resto, non
penseranno che sia impossibile per il pellegrino essere stato un individuo vivente
realmente, che stava effettivamente parlando di sé stesso.
• • •
• ‘Le Narrazioni d’un Pellegrino’ contiene una spiegazione schematica dei principî di un
esercizio speciale di Bhakti–Yoga, che è detto preghiera costante o mentale, e una
descrizione dei risultati che tale preghiera dà.
• • •
• Il ‘pellegrino’ ripeté la sua preghiera:
• “Oh Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio Padre OnniPotente, abbi pietà di me!”:
• dapprima tremila volte di seguito al giorno,
• eppoi seimila volte di seguito al giorno,
• eppoi dodicimila volte di seguito al giorno e
• infine senza più contare!
• Quando la preghiera era diventata in tutto e per tutto automatica in lui, non
richiedendo più alcuno sforzo ed essendo perciò ripetuta involontariamente, lui
incominciò a ‘portarla nel cuore’: ovverosia, a renderla commotiva, connettendola con
un sentimento ben definito.
• Dopo un certo tempo, la preghiera iniziò a evocargli tale sentimento e a rafforzarglielo,
arricchendolo con un grado straordinario di acutezza e d’intensità.
• • •
• ‘Le Narrazioni d’un Pellegrino’ non può servire come un manuale per lo studio pratico
della ‘preghiera mentale’, perché la descrizione del metodo di studio contiene una certa
scorrettezza probabilmente intenzionale: ovverosia, una facilità e una rapidità troppo
grandi nello studio del pellegrino della ‘preghiera mentale’ stessa.
• Ciononostante, tale libretto dà un’idea chiarissima dei principî del lavoro su sé stessi
accordandoli ai metodi del Bhakti–Yoga ed è, per molti aspetti, una produzione unica nel
suo genere.
• • •
• I metodi della Dobrotolyubiye (Filocalìa) non sono vanificati dalla vita reale, com’è
dimostrato da una descrizione interessantissima, anche se purtroppo troppo breve, del
Monte Athos di Boris Konstantinovich Zaitzeff, che fu pubblicata in russo a Parigi nel
1928.
• • •
• Boris Konstantinovich Zaitzeff (nato il 10 febbraio 1881 e defunto il 22 gennaio 1972)
descrive la vita quotidiana e il carattere della pratica religiosa nel monastero ortodosso
russo di San Panteleimon sul Monte Athos.
• Dalla sua descrizione in ‘Athos. Essai de voyage’ (suo viaggio del 1927, tradotto in
italiano col titolo «Monte Athos. Un pellegrinaggio nel cuore spirituale del cristianesimo
ortodosso») si può vedere che la ‘preghiera mentale’ (il dovere della cella) attua un ruolo
importantissimo nella vita monastica.
• • •
• La base di tale vita è la spezzatura della volontà personale e una sottomissione
assoluta all’autorità gerarchica.
• Nessun monaco può uscire dalle porte del monastero senza aver ricevuto la
‘benedizione’ (permesso) dall’abate.
• L’abate assegna a ogni monaco la sua ‘obbedienza’: ovverosia, l’opera particolare che
lui deve fare.
• Perciò ci sono monaci: pescatori, legnaioli, orticoltori, braccianti agricoli, vignaioli,
segatori; e ci sono altri monaci dediti a lavori intellettuali: bibliotecarî, ‘grammatici’,
pittori d’icone, fotografi e così via.
• Attualmente (nel 1927) il monastero di San Panteleimon contiene circa cinquecento
fratelli1.
• Nota 1 del traduttore. Nel maggio del 2016 c’erano circa 70 monaci tra russi e ucraini.
• • •
• La predisposizione del giorno nel monastero è fissata una volta per tutte e ogni cosa si
muove in obbedienza soltanto alle lancette dell’orologio.
• Epperò, poiché ogni cosa è insolita sul Monte Athos, perciò anche il tempo è
sorprendente.
• Al giorno della mia partenza (nel 1927) non ero potuto abituarmene.
• Ciò è l’antico Oriente.
• Al tramonto la lancetta dell’orologio della torre è spostata a mezzanotte.
• L’intero sistema cambia accordandosi al periodo dell’anno e ci si deve condurre con le
stagioni e adattarsi al tramonto.
• A maggio la differenza tra il Monte Athos e il tempo europeo (UTC, acronimo di
Coordinated Universal Time, ovverosia Tempo Coordinato Universale) è di circa cinque
ore.
• • •
• Perciò i Mattutini nel monastero di San Panteleimon iniziarono, mentre io ero là
(1927), alle sei del mattino (corrispondente all’una del mattino nel nostro tempo
europeo UTC).
• I Mattutini continuano fino alle quattro o alle quattro e mezzo del mattino.
• (In tal caso e in seguito do il tempo europeo UTC.)
• Dopo i Mattutini segue immediatamente la messa (liturgia), che continua fino alle sei
del mattino; perciò quasi tutta la notte è spesa nei servizî ecclesiastici; ciò è una
caratteristica del Monte Athos.
• Poi dopo tutti riposano fino alle sette.
• Dalle sette alle nove è l’ ‘obbedienza’1 per quasi tutti.
• Nota 1. Il lavoro quotidiano dato a ciascun monaco dall’abate.
• Persino i monaci più vecchi escono a lavorare, se sono relativamente in buona salute
(vanno nella foresta, nei vigneti, negli orti, caricano buoi con legname e muli con fieno e
legna da ardere).
• Il primo pasto è alle nove, poi dopo di nuovo ‘obbedienza’ fino all’una.
• All’una il tè e il riposo fino alle tre, eppoi ‘obbedienza’ fino alle sei.
• Dalle cinque e trenta alle sei e trenta si dicono i vespri nelle chiese.
• Pochissimi monaci frequentano tali servizî giornalieri, poiché la maggior parte di loro è
al lavoro.
• Epperò i vespri sono letti per loro al loro lavoro.
• Alle sei di sera c’è il secondo pasto, se non è un giorno veloce.
• Se è lunedì, mercoledì o venerdì, invece di un pasto costoro hanno soltanto pane e tè.
• Dopo il secondo pasto, le campane della chiesa suonano per la Compieta, che continua
dalle sette alle otto.
• Poi dopo segue il ‘dovere cellare’: ovverosia, la preghiera con gli inchini nella cella.
• Dopo ogni preghiera breve2 il monaco muove una perla del suo rosario e fa un inchino
dalla vita.
• Nota 2. Come la preghiera di Gesù, l’Ave Maria, la preghiera per i defunti, la preghiera per i viventi,
eccetera.
• All’undicesima perla, una grande, costui s’inchina a terra.
• Perciò un monaco in tonaca (il più basso grado monastico) fa ogni giorno seicento
inchini dalla vita; un monaco ‘ammantato’ ne fa all’incirca un migliaio; e un monaco
investito con uno schema fa all’incirca millecinquecento (senza contare gli inchini
corrispondenti a terra o prostrazioni.
• Nel caso di un monaco in tonaca ci vuole all’incirca un’ora e mezza; nel caso di un
monaco di rango più alto da tre a tre ore e mezza.
• Cosicché un monaco in tonaca è libero verso le dieci e gli altri verso le undici.
• Fino all’una, quando i Mattutini incominciano, è il tempo per dormire dei monaci (da
due a tre ore).
• A ciò si aggiunge talvolta un’ora al mattino e, fors’anche, un’ora al pomeriggio, dopo il
tè.
• Epperò, poiché ogni monaco ha le sue piccole cose da fare che richiedono tempo, si
può supporre che i monaci dormano non più di quattro ore, o addirittura meno.
• • •
• Per noi laici – che abbiamo visto (1927) tale vita, la cui essenza è che i monaci pregano
tutta la notte, lavorano tutto il giorno e dormono pochissimo e hanno un cibo
poverissimo – è un mistero come loro possano sopportarlo.
• Eppure costoro vivono ancora e vivono fino a un’età avanzatissima (attualmente, nel
1927, la maggior parte di loro sono vecchi).
• Inoltre, il tipo più comune di monaco del Monte Athos mi sembra il tipo sano, calmo
ed equilibrato.1
• Nota 1. Boris Konstantinovich Zaitseff, Athos, Y.M.C.A. Press (in russo), Parigi, 1928, pagine 32–34.
• • •
• La vita monastica, qualunque ne siano la severità e le difficoltà che ciò può
comportare, non è certamente il Bhakti–Yoga.
• Il Bhakti–Yoga può essere applicato a ogni religione (ovviamente a una religione
verace, non a una inventata); ciò significa che il Bhakti–Yoga include tutte le religioni e
non riconosce alcuna differenza tra loro.
• Inoltre, il Bhakti–Yoga, così come tutti gli altri Yoga, non richiede un abbandono
definitivo della vita, epperò soltanto un ritiro temporaneo dalla vita per il
raggiungimento di uno scopo definito.
• Allorquando lo scopo è conseguito, lo Yoga diventa dispensabile.
• Inoltre, lo Yoga richiede più iniziativa e più comprensione.
• Lo Yoga è una via più attiva.
• La vita monastica è una via più passiva.
• • •
• Cionondimeno, lo studio della vita monastica e dell’ascetismo monastico è di grande
interesse dal punto di vista psicologico, perché qui si possono vedere molte idee dello
Yoga nell’applicazione pratica, sebbene possibilmente in un contesto differente dallo
Yoga verace.
• • •
• Così come nei monasteri ortodossi, le idee del Bhakti–Yoga occupano un posto
importantissimo nei monasteri maomettani dei Sufi e dei Dervisci, e anche nei
monasteri buddisti, specialmente a Ceylon, dove il buddismo è stato preservato (1934)
nella sua forma più pura.
• • •
• Ramakrishna, che ho menzionato, fu nel frattempo uno Yoghi e un monaco, epperò
più un monaco che uno Yoghi.
• I suoi seguaci, per quanto possano essere giudicati dalle informazioni che si trovano in
letteratura, sono andati in parte in una direzione religiosa, in parte nella direzione
filosofica: anche se lo dicono Yoga.
• In realtà, la scuola di Ramakrishna non ha lasciato dietro di sé alcun modo e maniera
d’uno Yoga pratico, avendo deviato in descrizioni teoriche di tali modi e maniere.
• • •
• 5. JNANA–YOGA •
• Lo Jnana (Gnyana or Gnana) Yoga, com’è pronunciato in diverse parti dell’India, è lo
Yoga della conoscenza.
• • •
• La radice jna, gnya, gna (zna in russo) corrisponde alle radici delle parole: inglese
moderno know, tedesco kennen, anglosassone cnawan, latino (g)noscere, greco
γιγνὡσχειν.
• Lo Jnana–Yoga conduce l’uomo verso la perfezione mutando la sua conoscenza:
• sia in relazione a sé stesso,
• sia in relazione al mondo che lo circonda.
• Tale è lo Yoga degli uomini della via intellettiva.
• Ciò libera la mente umana dalle catene e i ceppi di una concezione illusoria del mondo,
conducendola alla vera conoscenza, mostrando le Leggi fondamentali dell’Universo.
• • •
• Lo Jnana–Yoga usa tutti i metodi dello Raja–Yoga.
• Lo Jnana–Yoga parte dall’affermazione che la mente umana debole, cresciuta nella
contemplazione delle illusioni, non risolverà mai gli enigmi della vita, le cui domande
richiedono uno strumento migliore adattato di proposito a tale compito.
• Insieme, perciò, allo studio dei principî che stanno alla base delle cose, lo Jnana–Yoga
richiede il lavoro speciale dell’educazione della mente.
• La mente è addestrata per la contemplazione, per la concentrazione, per pensare in
direzioni nuove e insolite e su nuovi piani, connessi non con l’aspetto esteriore delle
cose, epperò coi loro principî fondamentali; e, soprattutto, la mente è allenata a pensare
rapidamente ed esattamente — tenendo sempre in considerazione l’essenziale — e
senza perdere tempo su dettagli esterni e irrilevanti.
• • •
• Lo Jnana–Yoga parte dal fatto che la causa primaria delle disgrazie e dei disastri umani
è l’Avidya (): l’Ignoranza.
• E l’oggetto dello Jnana–Yoga è di superare l’Avidya e avvicinare l’uomo a ciò che è
detto Brahma–vidya, Conoscenza Divina.
• • •
• Lo scopo dello Jnana–Yoga è la liberazione della mente umana da quelle condizioni
limitate di conoscenza in cui è posta dalle forme di percezione sensoriale e dal pensiero
logico basato sugli opposti.
• Dal punto di vista dello Jnana–Yoga, un uomo deve innanzitutto imparare a pensare
rettamente.
• Il pensiero retto e l’ampliamento di idee e concezioni devono condurre
all’ampliamento della percezione, mentre l’ampliamento della percezione deve alla fin
fine condurre a una mutazione nelle sensazioni: ovverosia, all’abolizione di tutte le
sensazioni false e illusorie.
• • •
• I maestri indiani (Guru) non hanno minimamente lo scopo di fare in modo che i loro
discepoli accumulino quante più conoscenze miscellanee possibili.
• Al contrario, costoro vogliono che i loro discepoli vedano in ogni cosa che studiano,
per quanto piccole cotali possano essere, i principî che stanno alla base di ogni cosa.
• Abitualmente al discepolo si dà per la meditazione o un versetto da antiche scritture o
qualche simbolo; e costui vi medita su per un anno, due anni, probabilmente fors’anche
per dieci anni, di volta in volta portando al suo insegnante i risultati delle sue
meditazioni.
• Ciò sembra strano a una mente occidentale, che ha sempre lo scopo di andare sempre
avanti; epperò tale è probabilmente fors’anche il metodo retto per penetrare alla radice
delle idee, invece di acquisire una conoscenza superficiale col loro lato esterno, creando
collezioni mentali enormi di parole e fatti.
• • •
• Nello studio dello Jnana—Yoga l’uomo vede chiaramente che lo Yoga non può essere
soltanto un metodo.
• Un metodo retto deve necessariamente portare a certe Verità; e, nell’esporre un
metodo, è impossibile non toccare cotali Verità.
• Nondimeno, dev’essere ricordato che nella sua natura lo Yoga non può essere una
dottrina e che, perciò, non può esserci alcuna sinossi o schema generale delle idee dello
Jnana—Yoga.
• Usando lo Yoga come metodo, l’uomo deve — da sé stesso e per sé stesso — trovare,
sentire e avvedersi delle Verità che formano il contenuto della filosofia degli Yoghi.
• Le stesse Verità, ricevute sotto forma di una dottrina da un’altra persona oppure dai
libri, non avranno lo stesso effetto sulla mente e sull’anima come le Verità che l’uomo
ha trovato per sé stesso: Verità per cui lui ha cercato a lungo e ha lottato a lungo prima
di accettarle.
• • •
• Lo Jnana—Yoga insegna che la Verità per un uomo non può essere che quella che
costui ha sentito come Verità.
• Peraltro, ciò insegna all’uomo a verificare una verità con un’altra; ad ascendere
lentamente verso il vertice della Conoscenza, senza mai perdere di vista il punto di
partenza e tornando costantemente a quello, per preservare un orientamento retto.
• • •
• Lo Jnana—Yoga insegna che le verità avvedute dalla mente logica, educata
sull’osservazione del mondo tridimensionale, non sono affatto Verità dal punto di vista
della Coscienza Superiore.
• • •
• Lo Jnana—Yoga insegna all’uomo a diffidare di sé stesso, a diffidare delle sue:
sensazioni, immagini mentali, concetti, idee, pensieri e parole; soprattutto, a diffidare
delle parole; a verificare ogni cosa e sempre; a guardarsi attorno a ogni passo; a esigere
che ogni cosa, che è stata trovata, debba accordarsi alla testimonianza dell’esperienza e
ai principî fondamentali.
• • •
• Le idee dello Jnana—Yoga sono state trasmesse finora soltanto in una forma
simbolica.
• Le immagini degli dei indiani e le figure della mitologia indiana contengono molte idee
dello Jnana—Yoga.
• Epperò la comprensione di tali idee richiede spiegazioni e commenti orali.
• • •
• Lo studio dello Jnana—Yoga dai libri è impossibile perché esiste tutta una serie di
principî che non sono mai stati esposti per iscritto.
• Indizî di cotali principî, e addirittura alcune loro definizioni, possono essere trovati nei
libri; epperò tali indicazioni sono intelligibili soltanto a coloro che hanno già ricevuto
lezioni dirette.
• La difficoltà di comprendere tali principî è specialmente grande perché ciò non è
sufficiente a comprenderli intellettualmente; è necessario imparare ad applicarli e usarli
per la divisione e la classificazione non soltanto delle idee astratte, epperò anche delle
cose concrete e degli eventi che l’uomo incontra nella vita.
• • •
• L’idea del Dharma ( ), in uno dei suoi significati nella filosofia indiana, è
un’introduzione allo studio di uno di tali principî, che può essere detto ‘il Principio di
Relatività’.
• • •
• Il principio di relatività nella Scienza degli Yoghi non ha nulla in comune col principio di
relatività nella fisica moderna ed è studiato non nella sua applicazione a una sola classe
di fenomeni, epperò in relazione a tutti i fenomeni dell’Universo su tutti i piani e livelli; e
perciò, penetrando ogni cosa, ciò collega ogni cosa in un unico insieme.
• • •
• Tutto ciò che è soprascritto è un breve riassunto di ciò che può essere imparato sullo
Yoga dalla letteratura esistente e generalmente accessibile nelle lingue europee.
• • •
• Epperò, per comprendere rettamente il significato e la significanza dei differenti Yoga,
è necessario avvedersi chiaramente che tutti e cinque gli Yoga – ovverosia, ognuno
separatamente – sono un’abbreviazione e un adattamento per tipi differenti d’individui
di un solo e medesimo Sistema generale.
• Tale Sistema è insegnato oralmente in Scuole particolari, che differiscono dalle scuole
degli Yoghi tanto quanto le scuole degli Yoghi differiscono dai monasteri.
• • •
• Tale Sistema non ha nome e non è mai stato reso pubblico; le allusioni a ciò
s’incontrano soltanto raramente negli scritti orientali.
• Molto di ciò che è stato attribuito allo Yoga appartiene in realtà a tale Sistema.
• Nel frattempo, il Sistema non può essere considerato semplicemente come una
combinazione dei cinque Yoga.
• Tutti gli Yoga furono originati da tale Sistema; ciascheduno degli Yoga è, in un certo
senso, una comprensione unilaterale di ciò.
• Uno è più ampio, l’altro è più ristretto, epperò tutti quanti espongono un solo e
medesimo Sistema.
• La combinazione di tutti e cinque gli Yoga non lo ricostruisce perché contiene molte
idee, principî e metodi che non entrano in nessuno degli Yoga.
• • •
• Frammenti di tale Sistema, per quanto l’autore sia riuscito a giungerne a cognizione,
saranno esposti nel libro «L’uomo e il mondo in cui vive – Frammenti di un
Insegnamento sconosciuto»1, che è già stato preparato per la pubblicazione.
• Nota 1 del traduttore. Tale libro, inerente al Sistema, fu poi pubblicato postumo col titolo definitivo: «In
Search of the Miraculous — Fragments of an Unknown Teaching» nel 1949, epperò tradotto dall’edizione
francese in italiano da Henry Thomasson (che fu allievo di Henriette Lannes, a sua volta allieva diretta di
Jeanne de Salzmann e Gurdjieff sin dal 1938; e fu la Lannes a incaricare Thomasson di spostarsi in Italia nei
primi anni ”70 per costituirvi i primi gruppi italiani, incentrandoli proprio sul Lavoro di Gurdjieff, ad uno dei
quali partecipò Franco Battiato dal 1977 al 1985) e pubblicato col titolo «Frammenti di un Insegnamento
Sconosciuto — La testimonianza degli otto anni di lavoro di Ouspensky come discepolo di Gurdjieff» da
Astrolabio nel 1976.
• • •
Incominciato nel 1912 – Rivisto o conchiuso nel 1934
• • •
• www.seiriosol.xyz •

 

Un pensiero su “CHE COS'È LO YOGA

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